“Una videoteca per Beslàn”. L’impegno per una tragedia dimenticata. Diario di un viaggio
Saremo brevi e concisi. Ospitare sulle pagine virtuali di Selacapo, il racconto di quanto successo a Beslàn e del relativo progetto, “Una videoteca per Beslàn”, è per noi grande motivo d’orgoglio. Non perché nel farlo appaghiamo la nostra coscienza, affatto. Siamo un Laboratorio di giornalismo partecipativo, cerchiamo di informare e dare notizie. Quando riusciamo a farlo raccontando storie come questa crediamo di aver fatto il nostro dovere e reso un servizio ai lettori. Ci sono storie che meritano semplicemente di essere raccontate. Questa lo meritava! In fondo alla pagina trovate le coordinate bancarie per dare una mano al progetto. Rimettiamo alla vostra volontà la scelta di farlo. Un grazie sincero da tutta la redazione ai promotori di questa iniziativa. (La redazione)
di Ferdinando Maddaloni
Ecco alcune pagine dal mio diario “Una videoteca per Beslan”.
Il primo viaggio, 1 settembre 2009.
Giunto a Mosca ho provveduto a comprare personalmente dvd di sicuro successo della Walt Disney, riconoscendoli solo grazie alle foto di copertina e puntando soprattutto sui “cofanetti.”
Li ho infilati tutti in valigia (nessun problema all’aeroporto) e mi sono imbarcato per Vladikavkaz dove mi aspettava Andrey Mironov ed un giovane fotoreporter, Andy Rocchelli che in quei giorni facevano la spola tra Beslan e Nazram. Andrey mi ha condotto alla sede del comitato delle insegnanti di Beslàn: durante il viaggio nel vetustissimo taxi ho cominciato a scorgere le purtroppo famose casette basse di mattoncini rossi e sono iniziati i primi groppi alla gola. Elvira, la presidentessa del comitato delle insegnanti ci ha accolti con la nota ospitalità russa, offrendoci una quantità indescrivibile di prelibatezze locali mentre facevamo conoscenza con due psichiatri russi che lavorano con i bambini superstiti. Ne ho approfittato per chiedere loro se i film potevano essere utili regali ricevendo un confortante assenso motivato. Mi hanno spiegato che ora il problema è la psiche degli adolescenti che dopo la strage si sentono inferiori ai morti sia perché è a questi ultimi che è rivolto tutto l’interesse degli adulti, sia perché non hanno mai potuto vedere il sorriso sui volti dei loro genitori.
Ho affidato tutti i dvd ad Elvira con la promessa che si occuperà di organizzare la videoteca anche per il prestito. (In una mail di ieri mi ha scritto che stanno preparando una bella festa e che presto riceveremo le foto) Le ho chiesto di farmi scrivere dai bambini che frequenteranno la nascente videoteca per suggerirmi i titoli che desiderano avere per il prossimo anno e ho “minacciato” di ritornare solo se arriveranno richieste direttamente dai ragazzi. Ciò per contribuire in qualche modo a far sentire loro che sono importanti, che la loro voce, i loro desideri contano davvero! E ovviamente, per allontanare in qualche modo il loro pensiero dalla tragedia che hanno vissuto e dalla solitudine che continuano a vivere. Ho anche avuto una semplice ma efficace risposta sul divieto a intitolare ad Anna Politkovskaja la videoteca : “Era amica dei ceceni!”
Il giorno successivo, prima della commemorazione, ho avuto il “piacere” di essere “ospitato” in una caserma osseta: fermato per un inesistente problema burocratico poi risolto grazie all’intervento di Andrey, ho trascorso circa due ore in compagnia della polizia locale. Alla fine da buon napoletano erano tutti miei amici…ma io quelle due ore non me le scorderò più! A bordo di una volante locale ho raggiunto la vecchia Scuola n. 1 di Beslàn, teatro della tragedia, e superata la folla immensa costretta a passare sotto l’unico metal detector, mi ritrovo nell’atrio in un’atmosfera surreale.
La musica mi accompagna mentre negli occhi delle persone vedo ancora smarrimento. Qui è come se il tutto fosse accaduto ieri. Sono ancora tutti tramortiti dallo shock, l’unico segno del tempo che è trascorso sono i loro occhi asciutti. Occhi che non hanno più lacrime da versare.
Alle 13.04 il lancio di palloncini bianchi ed un minuto di silenzio poi mi trasferisco insieme a tutti gli altri al cimitero dove per fortuna i metal detector sono tre per agevolare il passaggio di una folla immensa, inusuale per un villaggio così piccolo.
Il silenzio irreale che regna al cimitero come in tutto il paesino, è rotto solo dalla lettura dei nomi di tutte le vittime della strage. Oltre 300 morti, intere famiglie sterminate. Persino deglutire per me diventa sempre più difficile. Ma non posso dare libero sfogo alla mia commozione davanti a loro. Ripenso ai dvd per la videoteca e mi chiedo se ha senso ciò che ho fatto cos’altro avrei potuto fare. Improvvisamente uno dei bambini, proprio davanti a me, cede al gran caldo e crolla svenuto. Tento in modo goffo di soccorrerlo in qualche modo, ma poi arrivano veri infermieri che gli danno dell’acqua e il bambino si riprende. Solo un po’ d’acqua. Quella stessa acqua che cinque anni fa forse avrebbe salvato qualche vita. Forse. Basta.
La lotta che il bambino innesca con gli infermieri per tornare caparbiamente al suo posto con il suo palloncino, mi riporta al presente e vedo una bambina che continua a piangere e cerca di nascondere il viso con il suo palloncino bianco: le chiedo se sta male, se vuole acqua, se è preoccupata per il suo compagno… ma lei vuole solo resistere e lanciare il suo palloncino. Questi sono i bambini di Beslàn. Bambini dilaniati dalla continua lotta tra i palloncini e la tragedia, tra la loro troppo precoce maturità e la loro fragilità di adolescenti. Ma è solo dopo la processione delle autorità, dei religiosi, dei rappresentanti militari che per me inizia la vera conoscenza della strage. Una esplosione di umanità che viene fuori dai racconti di madri che abbraccio, cui bacio le mani, mentre un senso di impotenza mi assale così prepotente da anestetizzare la rabbia che fino a questo momento ho provato per “i terroristi.” C’è una coppia di nonni seduti davanti a sei tombe: avevano otto nipotini. Sei sono davanti a loro, in quelle tombe. Gli altri due, i sopravvissuti sono alle loro spalle, in disparte, che quasi si vergognano essere usciti vivi da quella palestra.
C’è una donna dall’età indefinibile, con una bella bambina di circa 5 anni al suo fianco. Ci racconta della scelta che ha dovuto fare: restare dentro con la neonata e la figlia 14enne oppure approfittare della possibilità di uscire. Ma portando con sè solo la neonata. Su richiesta della sua stessa figlia adolescente ha “scelto” di portare in salvo la neonata, che ora ha 5 anni ed è accanto a lei. L’altra sua figlia, quella che al momento della strage aveva 4 anni, è sotto di lei. Nella tomba sulla quale lei è seduta.
Guardo queste tombe tutte circondate da bottigliette d’acqua e merendine in ricordo della fame ma soprattutto della sete. E solo per rispetto del luogo e di queste persone riesco a trattenere la rabbia feroce che mi assale, vorrei urlare: “Come si può negare l’acqua ad un bambino? Tu non sei un terrorista, sei una bestia senza ragione! Sicuramente anche tu avrai avuto le tue sofferenze, i tuoi lutti… ma come puoi vendicarti su di un bambino innocente?!”
Una donna mi racconta che, durante l’assedio alla scuola, il suo bambino, prigioniero con lei all’interno ha raccolto tutte le monete che aveva in tasca (pochissimi rubli) e li ha offerti ad uno dei terroristi per poter uscire…e questo mi commuove fino a…sorridere.
Mi raccontano di una ragazza che in quei momenti ha scritto un “vademecum di sopravvivenza alla sete”: leccare i petali di un fiore (di cui non ricordo il nome) o bere la propria pipì senza vergognarsi ma mettendola nelle proprie scarpe.
Una donna sconvolta non fa che ripetere: “Dio dov’era? Dio dov’eri? Perchè non sei entrato in quella scuola quel giorno! Quando a Pasqua ci dicono che Cristo è risorto io rispondo “Lui si, ma i miei bambini no!”
La disarmante semplicità del grido di dolore di questa madre apre una profonda riflessione di Elvira che tenta disperatamente di spiegarle l’umanità di Cristo.
Andy, Andrey e io ci allontaniamo. Per rispetto, certo. Ma anche per sottrarci a domande alle quali non siamo in grado di dare risposte.
La piccola grande Elvira invece con una semplice ma efficace teoria è riuscita almeno a calmarla facendole notare che è Dio che ha fatto in modo che, nonostante la cattiveria degli adulti, i bambini di Beslàn non si siano trasformati in bestie! Basta.
Nel mio cuore e nei miei occhi non c’è più spazio. L’appuntamento è per il prossimo anno. Noi continueremo fino allo stremo delle nostre forze a raccogliere fondi, certo. Ma in nostro maggiore impegno sarà quello di non far perdere la memoria di tutto questo.
Ciò che è accaduto può ancora accadere. A chiunque ed in qualunque momento. L’unico modo per garantirci il futuro è non dimenticare il passato.
E noi non dimenticheremo.
Crediamo che i bambini sopravvissuti o nati dopo la strage in un clima di morte perenne, abbiano il diritto di dimenticare.
Siamo noi adulti che abbiamo il dovere di ricordare.
Lo staff di Selacapo
Se non lo hai già fatto versa un contributo sul conto corrente del nostro progetto umanitario. Grazie e Buon Natale 2011
Carmen Femiano&Ferdinando Maddaloni
Gli estremi per il versamento sono:
ASSOCIAZIONE CULTURALE ANGUS 89
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Chi è Ferdinando Maddaloni Biografia Ferdinando Maddaloni
Evento per Beslan Un concerto per Beslan 2011
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I fatti di Beslàn http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Beslan









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