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Lettere a Monti sulla monotonia del posto fisso. (di Guido Ingenito)

2 febbraio 2012 00:43 3 comments

“I giovani devono abituarsi all’idea che non lo avranno. Che monotonia il posto fisso, è bello cambiare” (Mario Monti).

Caro Presidente del Consiglio, io mi sono così annoiato nella mia vita dei lavori che ho fatto che il mio curriculum è un collage di foto mie mentre sbadiglio. Giuro, quando vuole te lo mando per fax. Oppure per posta. Ma non voglio essere velenoso. Perlomeno, non solo. Prendiamo queste parole in leggerezza, diciamo che sei l’amico un po’ poeta che tutti vorremmo, quello che di fronte a un tramonto ti rincuora facendoti accorgere che quello che non è il sole che sta scendendo ma sei tu che stai salendo. Con questo paragone ho perso il 57% dei lettori, ma pazienza, mi piace essere precario fino al midollo. Oltre che gigioneggiare come un beota.

Ora. Il rischio è che sdrammatizzare su un argomento così delicato può creare equivoci, confusione, “perfino” contestazione.

Un vecchio che si annoia sul posto fisso ma che di fare il politico non si è ancora stufato.contestazione.

Nel mio fottuto e patetico mondo perfetto tutti quanti lavorano ovunque, sì, girano il mondo, arricchendolo con viaggi che non possono che creare un circolo virtuoso sorretto da un vortice sociologico (progressivo) senza fine. Ora che l’effetto del vino comincia a scemare posso essere un po’ più chiaro. Caro Mario, anch’io vorrei la possibilità per tutti di cambiare posto di lavoro. Cambiare comporta acquisire esperienza, smaliziarsi, porsi nuovi traguardi. Per dirla con una parola cara a quelli del quinto anno delle superiori: maturare.

C’è però un difetto alla base della tua ironia. Anzi, due.

1) Per poter cambiare c’è bisogno di un posto di lavoro di partenza. Lo dice l’Istat che a gennaio abbiamo di nuovo toccato il record di disoccupazione giovanile (31%). Che dici, ci diamo una mossa? Poi posso trotterellare per tutto il tempo che vuoi. Però mi devi dare la certezza. Tanto per cominciare, che ne diresti di eliminare quella porcata chiamata “stage”, che altro non è che una forma di sfruttamento legalizzata bella e buona? Cominciamo a dare retribuzioni in linea col nuovo millennio e fidati che i giovani andranno con più voglia al lavoro e si faranno meno problemi ad accettarli. E magari vien pure più voglia di mettersi in gioco e rischiare il cambiamento.

2) Il fatto che cambiare sia bello può mettere  d’accordo me e altre 100mila persone. Magari 1 milione. Magari 6. Ma ci sarà una parte di popolo che di cambiare non ne vuole sapere poco perché felice e contenta di rimanere nella stessa azienda, oppure ufficio, per i prossimi 60 anni. Può succedere. Se Guglielmo Disticiuffoli, laureato in Botanica con 110 e lode, vuole passare la sua vita nella sua amata e insostituibile Brianza, è libero (è un folle, ma è libero) di farlo. Senza dimenticare il buon Giangiuseppe Mincazzo il cui sogno è la stabilità, tradotta nella certezza di non finire gambe all’aria al primo soffio di vento di crisi.

E’ vero, la mobilità premia, l’individuo che sa muoversi e vuole farlo è un potenziale cavallo vincente, solo che dev’essere nella sua indole esserlo. Fino a quando la mobilità è invece forzosa, causata dalla mancanza di offerte di lavoro sul territorio e la presenza di contratti che stuprano la dignità dell’essere umano (vedi contratto a progetto di 4 mesi, oggi ci sei, domani boh, contratti a chiamata e contratti a sospiro), il lavoratore ha bisogno di tutto fuorché allargare i propri confini mentali ed esperienziali. Sente solo il bisogno di portare lo stipendio alla casa di cui ha ancora sul groppone un mutuo.

Visti questi macroscopici difetti e dato che un Paese non lo si manda avanti né con le utopie di un 25enne di Milano e nemmeno con la voglia di sdrammatizzare (comunque un passo avanti rispetto al mettersi in ridicolo di certi politici, Berlusconi su tutti, venuto fuori negli ultimi 20 anni), direi che è meglio parlare un po’ meno e darsi da fare un po’ di più.

Cazzo.

Guido Ingenito

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3 Comments

  • Gent.le Sig Presidente,
    ho molta stima di Lei e della Sua provenienza ideologica e politica. Proprio per questo mi sono meravigliata come mai una persona come Lei non abbia, perlomeno così pare, influito in tema di liberalizzazioni, ad incidere sulla posizione altamente privilegiata della quale godono i farmacisti. Fare oltre 5.000 farmacie da distribuire su tutto il territorio nazionale, infatti, non liberalizza niente. Produrrà, invece, altri 5.000 signorotti che si arricchiranno sulla pelle di quel farmacista o di quei farmacisti che assumeranno ad € 1.200 al mese, vita natural durante. Certamente saprà, e a Taranto, da dove scrivo, ve ne sono, che i titolari di farmacie, dato che se lo possono permettere, oltre alla loro, al modico prezzo che va dai 2/3 milioni di euro fino a 12.000, comprano altre farmacie, in un perverso sistema perverso, che non permette a qualcuno di penetrarvi. Possibile che il P.D.L., dichiaratamente quanto sfacciatamente sostenitore di questa ingiusta situazione, debba potere condizionare le scelte di Mario Monti, mentre il P.D. e gli altri non riescono a concludere molto? E Lei, mi permetta, come la pensa a proposito dei privilegi di casta di farmacia? Lo sa che se c’è uno, ogni tanto che vince un concorso per l’assegnazione di una farmacia, diventa il capostipite di una infinita discendenza di farmacisti che si laureerà magari con molto comodo tanto a lui non importa, non deve cercarsi un lavoro, deve solo degnarsi di ereditare la farmacia di papà? Allora perchè no rendere ereditario anche il titolo e lo studio di un notaio, una volta che questi abbia vinto il concorso? O consentirgli in mancanza di prole laureata in legge di alienarlo, anche questo a fior di milioni di euro? Qual’è la differenza? E entrambi servono la comunità dei cittadini sebbene in settori diversi. Da un notaio come da un farmacista allora, potrebbe ugualmente, e perchè no, discendere una schiera di notai o farmacista, eredi di un bravo papà che il più delle volte compra anche la laurea. Insomma, perchè un laureato in farmacia o in chimica o tecnologia farmaceutiche, pur sempre dell’ambito delle disposizioni di legge che regolano la commercializzazione (perchè di questo si tratta, dato che la produzione riguarda le case farmaceutiche) dei farmacisti, non debba, a sua cure e spese, aprirsi una farmacia e correre l’alea di un esercizio commerciale? Non parlo di aumentare le possibilità di vendita dei farmaci nelle parafarmacie, parlo di vere e proprie farmacie che, in fin dei conti, a parte la quota strettamente legata alla gestione dei farmaci veri e propri commercializza di tutto. Sig Presidente, a dispetto di quanto si sente in tutte le trasmissioni televisive, ahimè anche in quelle di sinistra, dove conduttori e ospiti lontani dall’affrontare il problema sembrano per lo più prezzolati dalla casta, faccia qualcosa. Con la Sua indiscussa ed apprezzata autorevolezza faccia si che in sede di conversione del D.L. appena approvato, la intramontabile casta dei farmacisti titolari di farmacie ceda il passo una seria e diffusa liberalizzazione. Caro Presidente, pensi a quanti giovani e <bravi laureati potrebbero diventare imprenditori di se stessi aprendo una farmacia; pensi alla concorrenza che ci sarebbe, a vantaggio dei consumatori, pensi Sig Presidente! La ringrazio e la ossequio per avermi letto. Una mamma preoccupata.

  • Guido Ingenito Guido Ingenito

    grazie Ada per aver lasciato questo appello.
    non resta che augurarsi che Mario o qualcuno del suo staff leggano questo post e annesso commento.
    anzi: che sappiano leggerlo.

  • ada testa

    Egr. Onorevole Antonio DI Pietro
    Se il concorso per l’assegnazione delle nuove farmacie sarà riservato ai soli di parafarmacie e farmacie rurali, che ne sarà di tutti gli altri professionisti farmacisti? Continueranno ad i servi della gleba?!…questa sarebbe la giustizia italiana?

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