“Italia” non fa rima con “cultura”. La soppressione dell’ICBSA. (Emanuele Leotta)
Istituito nel 1928 come Discoteca di Stato grazie a una prima raccolta sonora frutto delle testimonianze orali della Prima Guerra Mondiale e successivamente riconosciuto come archivio sonoro nazionale ufficiale, l’ICBSA (Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi) è morto il 6 luglio 2012 a causa del decreto legge 95, che ne ha sancito la soppressione. Un altro scempio vergognoso, un altro stupro nei confronti del fondamentale patrimonio artistico e della memoria di un paese (scritto volutamente in minuscolo, nel senso proprio di paesino).
Ancora una volta ci troviamo di fronte alla politica del risparmio che non solo non concepisce l’investimento nelle risorse culturali, ma addirittura ne sancisce l’assoluta distruzione. Ma di che tipo di “risparmio” si può parlare? La Storia e la ricchezza culturale possono essere contaminate da tali crudeli processi senza anima? Paradossale alquanto se si considera poi che un Istituto archivistico come il suddetto non rappresenta una minaccia economica e non usufruisce di sanguinosi sfruttamenti del denaro pubblico.
In un sistema ermetico fatto di banchieri, economisti e “praticoni” ai quali interessa la gestione (incasso) facile del bene economico e in un Paese (scritto volutamente in maiuscolo, dal momento che è l’unico al mondo) che trasforma la propria Cineteca Nazionale in una srl la Cultura può essere solo un fastidioso impiccio fiabesco. Peccato che il Ministero dei Beni e Attività Culturali, che gestisce l’Istituto dal 1975, abbia speso un patrimonio incalcolabile nell’attesa di Godot, tradotto in questo caso come necessario sviluppo e sfruttamento dell’ICBSA, ora così immotivatamente soppresso, con contorno di sordità assortite nei confronti degli sviluppi e dei contributi che tale realtà ha rappresentato dall’alba dei tempi.
Cosa rimane di questa Italietta perennemente “in crisi” che si autoflagella e che mortifica la necessaria “memoria del mondo”? È davvero tempo di stilare un definitivo necrologio di essa e del suo patrimonio, figlio mai così indesiderato come adesso? Quale futuro si prospetta se non una preoccupante società omologata, distaccata, quasi “orwelliana”? Come è possibile che ci si debba quasi vergognare di essere parte attiva (o beneficiaria) di una ricchezza nobile che risponde al nome di Cultura?
Resteranno solo le macerie, tra appelli, grida di dolore, raccolte di firme più o meno efficaci e tanta disarmante povertà. Come diceva Alvaro Vitali in La liceale (1975) «Davanti all’arte, togliti le mutande e mettile da parte». Aveva ragione lui…
Emanuele Leotta








