Intervista esclusiva allo sceneggiatore Dardano Sacchetti
Nuovo appuntamento con le interviste di Selacapo.net. La ricerca di personaggi della cultura italiana da conoscere e riscoprire, questa volta ci ha spinti a fare due chiacchiere con uno sceneggiatore (uno con la S maiuscola) del cinema italiano di genere, anni ’70 e ’80. Ebbene sì, Dardano Sacchetti, ha scritto film per tutti i più grandi registi: Lenzi, Argento, Bava, Massi e Fulci, solo per citarne alcuni. Tutti i più grandi successi del genere horror, poliziesco e giallo sono passati tra le sue abili mani di creatore di storie.
Non vi anticipiamo nulla dell’intervista ma vi avvisiamo che le risposte sono davvero folgoranti ed offrono una lettura inedita non solo del mondo del cinema, ma anche dell’attualità, della cultura e del costume italico. Prima di lasciare spazio alla lettura dell’intervista ci teniamo a sottolineare il garbo e la cortesia mostrati nell’accettare di rispondere alle nostre domande. Di questi tempi è merce rara.
A cura di Jacopo Zonca, Santo Castorina e Pasquale Restaino
1) Salve Dardano, iniziamo. Quando l’abbiamo contattata per chiederle la disponibilità a concederci l’intervista lei ha chiaramente detto: “non sapete in che casino vi siete cacciati”. Adesso ci può spiegare il perché?
Dico sempre quello che penso e quello che penso difficilmente è diplomatico. Odio il conformismo, soprattutto culturale. Secondo me i guai di questo paese nascono dalla pavidità dei cosidetti intellettuali che mettono in salvo il loro culetto facendosi sponsorizzare e proteggere dai partiti. Non sopporto il finto buonismo e tantomeno le buone maniere sbandierate come virtù, quando lo scopo finale è sempre quello di vendere un libro o altra merce deteriorabile. La tv è piena di commessi viaggiatori che veicolano cultura ortodossa e conformista. Sono state bandite perfino le parole.
2) La mettiamo subito in difficoltà. Non le provoca fastidio sapere che i film da lei sceneggiati rientrano nella categoria dei cosiddetti B-movie?
Non me ne frega niente, tanto per essere chiari. Nessuno mi ha obbligato, la mia è stata una scelta perché ho goduto di una libertà assoluta nel farli (se ho sbagliato, ed è accaduto spesso) l’ho fatto da solo e poi, per dirla tutta, quando ho cominciato io non c’era più il cinema italiano, né quello dei maestri, né quello dei maestrini ortodossi e non c’era ancora il cosiddetto cinema d’autore tanto amato dalla critica e dagli “intellettuali organici” della sinistra. Bertolucci aveva fatto il Conformista (grande film) La Strategia del ragno (altro buon film) e Ultimo Tango a Parigi, che pagava una insopportabile ora al metacinema e al mito Godard (da me amatissimo per carità, conosco i suoi film a memoria a cominciare da Le petit soldat) con un mal usato Jean-Pierre Léaud) ma con un Brando strepitoso che ha illuminato il film.
Soltanto in un paese afflitto dal morbo dell’ideologia (liste delle 10 cose, lavagnette con buoni e cattivi, tenetevi Alberto Sordi ecc)
In Italia i film (come le persone) si giudicano non per il loro valore tecnico/artistico (o scientifico, o umano) ma per l’area di appartenenza. Quando metto i piedi in Rai la prima domanda che mi fanno è: come stai messo col mio capo?
3) Il critico, Ephraim Katz, autore de “L’enciclopedia del film” sostiene a proposito dei B-Movie: “Film fatti con poca o addirittura nessuna attenzione alla qualità o al merito artistico, ma con un interesse mirante al guadagno veloce, di solito attraverso tecniche di pubblicità che enfatizzino qualche aspetto sensazionale del prodotto. Cosa risponde?
E’ vero. Per fortuna aggiungo. I produttori pensano solo al possibile guadagno e se ne fregano di ficcare il naso nei copioni o sui set, lasciando liberi sceneggiatori e registi di fare quello che vogliono. E’ proprio a questo che dobbiamo alcuni capolavori, soprattutto del cinema americano in bianco e nero, ma anche I soliti ignoti; o c’è qualche stronzetto che mi vuole convincere che il film di Monicelli era un’opera di concezione altamente intellettuale?
La differenza sta solo nel budget. I film italiani hanno sempre budget inadeguati, in quanto i produttori se ne “imbertano” (rubano) una bella fetta e spesso la portano all’estero.
4) Lei ha lavorato con molti bravi registi, tra gli altri, Fulci, Lenzi, Bava, Argento. Chi di questi ha saputo meglio rendere sul grande schermo i suoi script?
Intanto Mario Bava è stato un grande regista, che tutti ci hanno ammirato ed invidiato. A prescidere da Fellini ed altri “maestri” italiani, che sono ricorsi alla sua arte (fotografia ed effetti speciali) gli americani hanno fatto carte false per portarselo in America e Scorsese, che non è uno degli ultimi arrivati, stravede per Mario. Lui era un poeta e solo un paese di ciechi ed ignoranti (basta guardare cosa ha successo oggi sui nostri teleschermi) poteva snobbarlo come è stato snobbato.
Quanto a Fulci era quel che si dice un professionista, un vero professionista. Tecnicamente non aveva nulla da imparare e poteva insegnare a girare a molti registi sopravalutati grazie a certa opinione che va a cercare nei film la classica psicologia/sociologia della lavandaia. I talk show televisivi sono l’altra faccia della medaglia dei filmetti di molti di quei registi che che si autodefiniscono autori. Entrambi, sia il talk show che il filmetto autoriale, soddisfano esigenze infantili e di basso conio: da una parte il chiacchiericcio sulla cronaca e dall’altra il chiacchiericcio sulla fragilità. Tornando a Fulci sapeva leggere un copione, sapeva girarlo grammaticalmente in modo giusto e conosceva tutte le note. Il suo limite è quello di essere rimasto fedele al cinema della sua gioventù e di aver cominciato a sperimentare ed osare troppo tardi.
5) La seguente domanda è speculare a quella precedente. Il regista con cui si è trovato meglio? Voci di set confermate, dicono che tra lei e Fulci non corresse buon sangue. Perché?
Ho sempre duellato coi registi. A cominciare da Argento. Non sono quello che viene chiamato “sceneggiatore gregario” ovvero un pennivendolo che si nasconde dietro la figura di un regista, gli dà sempre ragione e scrive quello che vuole lui e come lo vuole lui. Sono ingombrante ed ho un caratteraccio. Mi reputo un ignorante rispetto alle diecimila cose che compongono il mondo, ma non sopporto che chi non sa usare i congiuntivi e non legge libri tenti di impormi il suo pensiero solo per gerarchia. Le gerarchie si segano all’altezza delle caviglie.
Non ho mai scritto per un regista ma sempre e soltanto per me. Proponevo i miei progetti direttamente ai produttori, che provvedevano successivamente ad ingaggiare un regista. Dato che i film, anche quelli balordi, avevano un buon successo al box office, i produttori mi adoravano e mi davano carta bianca. Spesso non incontravo neanche il regista che avrebbe girato il film. A volte capitava che alcuni, sul set, improvvisassero senza costrutto.
Quelle poche volte, che ero costretto a lavorare sin dall’inizio con un regista, è sempre finita male, molto male. Con Fulci ho avuto molti contrasti ma solo perché abbiamo lavorato tanto in una manciata di anni. Ci stimavamo, anche se ci scambiavamo insulti e ci volevamo bene.
6) Er Monnezza è un personaggio, tra i più famosi usciti dalla sua penna. Come nasce questo ladruncolo borgataro e cosa rappresenta?
L’ho raccontato tante volte. Dato che sono di sinistra, soffrivo molto coi poliziotteschi “fascistoidi” dove il commissario di turno massacrava di botte lo scippatore della vecchietta e della donna incinta. Così ho ficcato l’ironia nel culo del genere!
Ho sempre amato I Soliti Ignoti, la scanzonata e sfrontata parlata romana, mi sono ricordato dei miei studi classici (Atellana, Satura lanx ecc) poi mi sono ricordato di una Canzonissima dove Manfredi terminava sempre con una battuta in rima, quindi di un compagno di Campo dei Fiori che quando fu assunto come spazzino sfilò per la piazza con una ramazza portata come bandiera. Ad un processo per ordine pubblico disse al suo accusatore: “ma sta zitto, nun vedi che porti ‘na scarpa e ‘na ciavatta!”. Ma l’idea principale venne da Trinità. Trinità aveva spazzato via il western all’italiana rendendolo ridicolo. Volevo fare la stessa operazione. Questi gli ingredienti del cocktail, il resto è mestiere. Ma gli americani mi hanno copiato anche questo film (48 ore di Walter Hill con un negro elegante al posto di un borgataro cafone ma entrambi sguaiati)
7) Le è mai capitato di dover scrivere una sceneggiatura che non sentiva sua? Detto in altre parole, le è mai capitato di dover mettere da parte la passione solo per guadagnare la famigerata “pagnotta”?
Mai. Ho accettato qualsiasi cosa pur di pagare le bollette e le tasse, ma poi, da bravo don Chisciotte, ho iniziato la mia battaglia contro i mulini a vento per migliorare il film a cominciare dalla storia. Qualche volta ce l’ho fatta, spesso i mulini a vento sono stati più forti.
8 ) Il lavoro di sceneggiatura è una delle componenti, se non la prima, di maggior peso nella riuscita di un buon film. Cosa rende efficace una sceneggiatura e come si ottiene la giusta ispirazione?
Il caso. Non c’è una risposta razionale. Anche se hai molto talento e molta esperienza non ti riesce di ottenere sempre il massimo e spesso non sai quando accadrà. Un film è il risultato di un’opera collettiva. Basta variare un ingrediente (un attore, una location, il direttore della fotografia-che ne sarebbe di Apocalypse Now senza Storaro? dato che Conrad c’entra poco).
9) Cosa consiglierebbe ad un giovane che vuole intraprendere la carriera dello sceneggiatore considerando che il cinema punta sempre meno sul lavoro di sceneggiatura?
Di iscriversi alla Bocconi in Businness administration.
10) Il cinema italiano di genere, anni ’70 e ’80, è stato in qualche modo riabilitato anche da Quentin Tarantino. Non le pare strano che si sia dovuto attendere il giudizio di un americano per sdoganare un genere mai completamente accettato dagli addetti ai lavori nostrani? Cosa pensa di Tarantino?
Tarantino è un po’ un coglioncione, non ha riabilitato nessuno ma si è fatto largamente gli affari suoi. Il pessimo giudizio che l’Italia tutta dà al cinema di genere è rimasto tale e quale – basti pensare che il cinema di genere non riceve una canditatura ai David neanche per le sezioni trucco/effetti speciali. Tarantino ha dato sollievo a tanta gente che, pur lavorando con onestà e a volte con buoni risultati, è sempre stata massacrata. Gente che si era rassegnata all’anonimato per una stagione si è sentita far parte di una famiglia. Ma io personalmente ho visto critici spazzolare il buffet senza mettere piede in sala e il giorno dopo cavarsela scrivendo “la solita bassa macelleria scopiazzata dagli americani”. Gli stessi critici che ignorano che Reazione a catena di Mario Bava è stato copiato da Sean Cunnigham in Venerdì 13 perfino nelle inquadrature. Ignorano che Terminator viene pari pari da Rankxerox di Tamburrini e Scozzari, dato che il regista Cameron era da un anno in Italia a fare Pirana paura…e via così.
11) In molti dei film da lei sceneggiati ritroviamo una buona dose di evasione unita ad un forte messaggio di critica sociale. E’ d’accordo? Il genere Horror veniva usato anche per lanciare messaggi precisi o era usato solo per spaventare e disgustare il pubblico?
Ho sempre usato l’horror come metafora. Il giallo è borghese e funzionale al potere, che vuole riportare l’ordine e punire il colpevole. L’horror scava nell’inconscio e lì si trova il peggio dell’uomo, senza alibi. Cala il velo dell’ipocrisia e si scopre l’orrore della morte.
Tutti hanno paura di morire, tutti vogliono esorcizzare la morte dall’Europa all’Asia, dal credente all’ateo, dall’onesto al disonesto. Il discrimine, nell’horror, non è morale: di qui la vita, di là il nulla. Di conseguenza, i film horror possono essere capiti ovunque e da chiunque. Tutti hanno paura di morire e tutti muoiono nello stesso modo: americani, francesi, giapponesi, italiani, africani, perfino alieni. Tutti gli altri film con altre tematiche non sono immediatamente fruibili allo stesso modo. Ci sono filtri culturali, di usi e costumi, politici, ambientali ecc.
L’istinto di territorialità, negli animali, è il più forte. Se controlli il tuo territorio puoi nutrirti e riprodurti. Il territorio di un uomo è il suo habitat, ovvero la casa, in ultima analisi il suo corpo che racchiude e protegge la coscienza di sé. Tutto ciò che penetra la casa o il corpo è una minaccia alla sopravvivenza. Qui nasce la materia prima dell’horror, che ha sempre goduto di ottima letteratura, tranne in Italia dove, negli ultimi quattro/cinque secoli, ha prevalso una religiosità restrittiva e reazionaria, che però, con motivazioni ridicole, adora cadaveri dorati, pezzi di cadaveri, frammenti ossei, fialette con liquidi oscuri.
12) Una domanda scomoda. Qual è il film più bello e quello più brutto che lei ha sceneggiato? Noi suggeriamo: “Lo squartatore di New York” (più bello) e “I guerrieri dell’anno 2072” (più brutto). E’ d’accordo?
Lo squartatore non lo amo particolarmente, preferisco Sette note in nero, ma fra i pochi potabili ci metto Il Diavolo sulle colline.
I guerrieri dell’anno 2072 (anche questo copiato dagli americani nel film L’uomo che corre) è stato un film sfortunato prima di tutto per mancanza di mezzi (era un film molto costoso, praticamente irrealizzabile in Italia), poi per una regia incerta di Fulci (che non aveva ben afferrato il potenziale del soggetto e alla fine h cercato di ridurlo a giallo) in realtà si parlava dello strapotere della pubblicità e della tv dove, per l’audience, si arrivava a rispolverare il colosseo coi gladiatori. Adesso abbiamo la casa del Grande Fratello, i combattimenti street fight ecc…si fanno grandi porcherie per un puntino di share in più. Ma mi è capitato altre volte di anticipare i tempi.
13) Lei ha quasi sempre sceneggiato film horror, splatter e polizieschi. Non ha mai sentito la necessità di misurarsi con altri generi?
Ho scritto tra cinema e tv più di 170 pezzi, non mi manca niente, non rimpiango niente, ho firmato dietro compenso anche un paio di film che non ho scritto. Ma mi sono divertito molto.
14) Supponiamo che lei abbia nel cassetto una sceneggiatura in cui crede molto. A quale regista contemporaneo affiderebbe la trasposizione cinematografica?
Non ho niente nel cassetto. E comunque non vedo in giro registi. Vero è che c’è in giro un branco di ragazzotti che la sera vuole andare nei baretti trendy a dire che fa un lavoro creativo per rimediare una scopatina.
15) L’ultimo film visto che le è piaciuto.
Il cinema lo faccio, non lo vado a vedere. Semmai lo studio, lo analizzo, lo viviseziono. Cerco di imparare.
16) A quale progetto sta lavorando in questo momento?
A vari.
17) Sappiamo che lei è un grande appassionato della beat generation e ha conosciuto Jack Kerouac. Come è avvenuto il vostro incontro?
Alla presentazione di Big Sur in un locale della Mondadori, che stava in una traversa di via Veneto. Eravamo in pochi, una trentina. Jack arrivo brillo e scortato da una cassetta di peroncini. Ero seduto in prima fila (come ai concerti di Sonny Rollins), ci guardavano negli occhi. Gli feci simpatia (forse voleva adescarmi) e alla fine parlammo per una mezz’oretta. Io avevo conosciuto la nipote di Walt Whitman un anno prima in piazza Navona.
18) Senza riscrivere la storia e senza fare dietrologia, lei è stato un protagonista del ’68. Secondo lei è stata un’esperienza fallimentare o un’utopia che ha spinto una generazione a rendere il mondo migliore?
Né l’una, né l’altra cosa. Si è vissuta la nostra giovinezza facendo esperienze (positive e/o negative). Ognuno cercava se stesso, insieme cercavamo motivazioni per vivere in proprio e non nella scia dei padri. Ma molti sono rimasti in quella melassa.
19) Ultima domanda. Ci racconti, se le va, qualcosa del Dardano Sacchetti privato.
Vivo in campagna con undici cani (tutti cattivi e di grossa taglia) 15 gatti (discendenti di un persiano color rosa, figlio di una persiana tartaruga e di un persiano blu), due tartarughe, qualche arvicola, un paio di saettoni e un viperotto, 100 piante di olivo che curo personalmente e dal quale traggo un ottimo olio, 18.000 libri circa, 4.000 tra dvd e videocassette, 800 padelloni, centinaia di cd, un arco ed una Balestra Barnett II. Ho smesso di fumare (tre pacchetti di marlboro al giorno) mi modero nel bere (non più di tre cocktail al giorno o mezza bottiglia di vodka). Non sopporto quelli che vogliono intrufolarsi nel mio privato. Credo di essere già troppo pubblico con le mie bagatelle cinematografiche e amo il low profile.
20) Un grazie sincero per la disponibilità e la cortesia mostrati nell’accettare l’intervista. Infine le porto i saluti di tutta la redazione del Laboratorio di giornalismo partecipativo Selacapo.net e in particolare quelli di Santo Castorina e Jacopo Zonca, i quali ci tenevano particolarmente ad intervistarla e provano nei suoi confronti un’incondizionata stima. L’intervista nel bene e nel male è soprattutto merito loro.
Allora saluti particolari a Santo e Jacopo. In bocca al lupo per tutto.
Dardano Sacchetti









