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I soliti italioti. Nuovi corsi della commedia italiana, tra incassi record e sociologia contraffatta

2 dicembre 2011 16:56 2 comments

L’anno 2011 che volge al termine ci invita a riflettere, sulla presunta nuova commedia “all’italiana”, fenomeno che dura nel tempo, si trasforma, si ammala. Ma che soprattutto torna ciclicamente a puntare sempre al peggio, a garanzia di successo e incassi stratosferici. Il quadro è noto, pur con significative sfumature. Si avvicina il tempo dei “cinepanettoni”, con Massimo Boldi che ormai si estranea dalla lotta dei canditi e ci propone quella in solitaria delle piuttosto marce “caldarroste matrimoniali” (quest’anno il matrimonio di turno era ambientato a Parigi). Dopo anni di massacranti tour natalizi in ogni parte del globo e attraverso volgarissimi cartoon in carne e ossa (il fondo si è toccato con il vergognoso Natale in India del 2004), i Vanzina si accostano nuovamente al “panettone desichiano” proponendo una sorta di sceneggiatura reboot di Vacanze di Natale, tornato nella primordiale Cortina (ma il regista sarà il fido Neri Parenti). Leonardo Pieraccioni, arriva sotto l’Albero con Finalmente la felicità, il suo “Ciclone capitolo 10”, ennesimo clone della collaudata formula “Leonard Pan” o per mantenersi uguali e contrari alle riflessioni di Tarantino “la storia del ragazzo che NON cresce”.

Ma facciamo un quasi impercettibile passo indietro. Quest’anno il cinema nazionale ci ha regalato I soliti idioti, paracul(t)o della generazione MTV e del web interpretato dai non proprio carismatici Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli. Il cinema italiano, oltre al tipico e ultracalorico dolce di Natale, tende in maniera sempre più preoccupante a un cinema da “Involtini primavera”, prodotti già pronti all’uso e da divorare rapidamente, in qualsiasi periodo dell’anno.

Tutto lo snobismo intellettuale, ma preferisco parlare di cinefilia ragionata, potrebbe essere spazzato via in un sol colpo dai dati relativi agli incassi, nella politica del “ha ragione il pubblico pagante”, con quest’ultimo che spesso è pubblico “una tantum”. Quattro milioni e mezzo nel primo weekend hanno decretato la santità mediatica degli Idioti e subito a scomodare la satira del costume italiano. Ma se è vero, come ha dichiarato Paolo Mereghetti, che la risata nuda e cruda non è più concepibile, ma necessita di una giustificazione sociologica e di confronto con modelli più alti e pressoché inarrivabili, bisogna anche rendersi conto che cogliere una minima forma di riso evasivo in prodotti di questo genere rasenta i limiti dell’impossibilità. Mi trovo in disaccordo con il celebre critico quando afferma che in fondo questo tipo di risata ad alto tasso di auto vergogna, non è poi così diversa da quella suscitata dalle urla ingrifate di Alvaro Vitali o dai sonetti parolacciari di Tomas Monnezza Milian. Lungi dal rivalutare o trarre spunti filosofici inesistenti dalle docce di Edwige Fenech e da un cinema orgogliosamente nazional-popolare, che trash era e tale rimane nonostante mastro Quentin e le tendenze rivalutative dell’ultimo decennio, non si può certo ignorare in quei film un’indiscutibile cura produttiva profusa da gente che sapeva fare benissimo il proprio mestiere. A parte le volgarità, le “smutandate” (qui cambiano solo i modelli della biancheria intima, ma il principio è eterno), la commedia sexy e affini potevano contare su attori e attrici consci dei propri pregi e limiti, registi innamorati del cinema e cast tecnici davvero competenti. Così come risulta inaccettabile l’altra preoccupante e facilona tendenza che vede i critici che si vogliono adeguare, nell’allarmante atto di scomodare citazioni cinefile alte. Così I soliti idioti, a parte il facile richiamo del titolo a I soliti ignoti evocherebbe I mostri di Dino Risi e gli straordinari personaggi della commedia dei maestri. E qui si arriva davvero al puro delirio, intollerabile perché da parte degli Idioti esiste solo tanta furbesca goliardia alla ricerca della risata, grassa sì, ma a scadenza limitatissima. Non mancano i difensori o le “cassandre” che pronosticano una reale emersione di significato solo in futuro, nella logica coerenza che chiude un cerchio attualmente fumoso e poco studiabile, così come è stato in passato per rivalutati illustri come Totò o Franco e Ciccio.

Io invece ci vedo solo un’involuzione totale, sia nella proposta che nelle aspettative di un pubblico troppo poco critico, ormai stordito da certi personaggi di stampo sotto-sotto-televisivo che si improvvisano protagonisti, non di meno registi o assumono ruoli parecchio influenti dal punto di vista produttivo (quanto ancora durerà Checco Zalone?). Oggi sono proprio certe basi tecniche a mancare all’appello. Tralasciando gli avvincenti intrecci narrativi di Biggio e Mandelli, uno degli elementi più sconcertanti e ampiamente sottovalutati degli Idioti è il ricorso al trucco, appena passabile per uno sketch di pochi minuti, da parte del secondo per impersonare l’anziano padre Ruggero, quello dell’”esilarante” tormentone urlato “Dai cazzooo!”. Quella maschera “al vomito” (qui rubo letteralmente la definizione a un’amica spettatrice alquanto inorridita), oltre a un immediato ribrezzo esprime anche una certa mancanza di rispetto per lo spettatore di cinema, anche il più sprovveduto, che non può non notare l’ormai invisibile barriera tra il prodotto di sala e un qualsiasi filmato visualizzato e rosicato su YouTube tra mille distrazioni telematiche. Resta da vedere se ciò è avvertito come naturale evoluzione del linguaggio moderno o sempre più preoccupante incretinimento del pubblico “italiota”, crasi perfetta di “italiano” più “idiota”.

Emanuele Leotta

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2 Comments

  • Concordo appieno con il contenuto dell’articolo: mi permetto di aggiungere che i filmacci/filmazzi di Vitali, Milian, Fenech e compagnia avevano quantomeno un filo di dignità “casereccia” che i moderni cinepanettoni hanno completamente smarrito.

    C’è da aggiungere che la stessa popolarità (in termini numerici) che ottiene un “film” del genere oggi riesce ad ottenerla anche un mediocre qualsiasi che faccia il video più stupido della terra, subendo la gogna mediatica degli utenti di Facebook.

  • Salvatore aggiunge un tema interessante: la popolarità è trasversale rispetto al mezzo. Dunque dissertare degli incassi e dell’apprezzamento del pubblico non giova a chi si approccia criticamente al prodotto.

    Un delta ragionevolmente grande lo si individua eccome fra i Vitali, Vanzina e Boldi ed i succitati Biggio e Mandelli.

    Un solo punto vorrei annotare: ciò che salta all’occhio è la freschezza.
    I temi sono diversi rispetto alle vacanze vanziniane ed alle vaccanze vitaliane. I caratteri sono aggiornati, aderiscono all’attuale. Attori ed autori sono piuttosto giovani, ed introducono nella comicità tradizionale elementi nuovi, a volte anche difficili.
    Ricordiamo che si tratta di una produzione per il grande schermo nata da una serie di sketch televisivi ergo occorre osservare una sicura continuità fra i due mondi. Mi viene in mente – non presente nel film – il tema del consulente precario sottopagato costretto a mille peripezie (posso benissimo riconoscermi) oppure quello del bambino delinquente che “esce a comperare la droga”, insomma una iperbole del mondo reale, di cui Ruggero è l’emblema (attenzione quindi: non si può proprio discutere di sotto-sotto-televisione).
    Non occorre essere cassandre: il significato? Hic et nunc.

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