Breaking Dawn: il vampiro dal dente cariato. Recensione
“Tempi duri per i vampiri” recitava il titolo di una divertente parodia del 1959 diretta da Steno e interpretata da Renato Rascel. Lo slogan si potrebbe oggi riproporre per rilevare la problematica situazione dei giovani protagonisti della saga (para)cool nata dalla fantasia di Stephanie Meyer. Dopo il corretto compitino Twilight, primo episodio al quale si deve riconoscere un lievemente riuscito tentativo di riconvertire l’iconografia dei signori della notte in un terremoto di turbe adolescenziali post-dawsoniane, il resto della saga deraglia inesorabilmente tradendo ogni minima aspettativa di evoluzione e maturità. E così a ogni nuovo episodio il naturale passo avanti verso un cinema da adulti è ampiamente disatteso e si avvia tristemente a un tramonto frustrante.
Se nel lontano 1974 il Dracula wahroliano cercava sangue di vergine e moriva stoicamente di sete, oggi in ottica cine-culinaria si può affermare che ci troviamo in piena era di dieta “vegana”. Ennesima delusione questo Twilight 3½. Si è deciso di dividere in due parti l’ultimo patinatissimo capitolo così da rispettare il già di per sé prolisso romanzo della Meyer (e le leggi di mercato), ma sarebbe stato meglio non stiracchiare un filone più esangue del suo protagonista. Noioso oltre ogni dire, specie nella prima interminabile ora tutta dedicata al matrimonio dei due protagonisti, con una profusione apocalittica di melassa che farebbe crepare di diabete anche Katherine Heigl. Se si pensa poi che il regista è Bill Condon, autore del capolavoro Demoni e dei (1998), il quadro si fa ancora più desolante perché è vero che in questi casi la regia presta totalmente servizio alle azioni dei protagonisti, ma quest’ultimi appaiono davvero fuori fase. Mentre Pattinson ha mantenuto una certa coerenza evanescente, dispiace vedere soprattutto Kristen Stewart, la cui espressività è paragonabile a un menhir di preistorica memoria, in certi primi piani che sembrano parodie del divismo muto degli anni dieci. Non si prospetta insomma un grande futuro per il cool-trio al di là della saga vampiresca. La Stewart si nasconde ancora un po’ scegliendo produzioni minori. Pattinson ha già sbagliato con l’allucinante Come l’acqua per gli elefanti, mentre il pompatissimo licantropo Taylor Lautner lo abbiamo visto in Abduction, la cui sceneggiatura ha tutta l’aria di essere un plagio di un dettato di terza elementare. Fiumi di inchiostro e isteria da web hanno poi annunciato la fatidica scena di sesso, prevedibilmente casta e patinata a effetto “Penthouse”, che insieme alle scene simil-orrorifiche (non male la torta cadaverica) avrebbe dovuto scuotere un torpore narrativo gigantesco, accompagnato da una colonna sonora del redivivo Carter Burwell che sembra fare il verso alle musiche delle soap argentine con Grecia Colmenares.
Poco male, la cecità isterica delle “Twilighters” sarà direttamente proporzionale all’obbligato imprinting al sapore di brodo allungato. Vorrebbe essere erotico, vorrebbe essere horror, ma a conti fatti sembra una puntata di Beautiful girata da un Tim Burton ultranovantenne.
Emanuele Leotta








