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Jafar Panahi e il prezzo della libertà. (di Pasquale Restaino)

16 gennaio 2012 18:53 0 comments

Nonostante tutte le ingiustizie che ho subito, io, Jafar Panahi, voglio dire ancora una volta che sono iraniano, che resterò nel mio paese e che mi piace lavorare nel mio paese. Amo il mio paese, ho anche pagato un prezzo per questo, e sono pronto a pagarlo ancora se necessario. Ho anche un’altra dichiarazione da fare in aggiunta alla precedente. Come mostrano i miei film, dichiaro che credo nel diritto “degli altri” a essere diversi. Credo nel rispetto e nella comprensione reciproca, così come nella tolleranza; la stessa tolleranza che mi impedisce di giudicare e di odiare. Non odio nessuno, neanche i miei giudici.

Quale miglior modo per aprire quest’articolo se non riportando uno stralcio di quanto il regista iraniano, Jafar Panahi, ha detto durante l’udienza del suo processo rivolgendosi ai giudici. Nelle parole di Panahi c’è tutto. La forza, il coraggio, la dignità, l’amore viscerale per il cinema. C’è il ritratto di un uomo che non fa cultura per vivere ma vive per fare cultura. Come lui stesso ha ricordato, in Iran essere liberi e impegnati ha un prezzo e il suo lo sta pagando con il carcere. Il motivo sono le sue presunte attività antigovernative e i progetti cinematografici d’ispirazione sovversiva ai quali, sostengono le autorità, stava lavorando. Questo l’esito del processo di primo grado: 6 anni di prigione e, cosa più dolorosa per ammissione del regista, l’impossibilità di dirigere, scrivere e produrre film per 20 anni. Gli è impedito anche rilasciare interviste con i media stranieri e lasciare fisicamente l’Iran. Per un uomo che ha dedicato il suo cinema alla denuncia, delle violenze e dei soprusi sul popolo iraniano, tutto questo suona come una condanna a morte. Ma nell’Iran degli ayatollah e della legge islamica, che non è solo legge morale ma anche civile, tutto questo è possibile. Ѐ possibile arrestare e mettere a tacere la voce libera, e non violenta, di un regista che ha raccontato la condizione delle donne iraniane, denunciandone gli abusi e le crudeltà subite. Un regista che ha messo a nudo le contraddizioni di una religione che non indica la strada, ma ti obbliga a seguirla, pena il carcere e nel caso più grave la morte. Una religione che lede i più banali diritti dell’uomo. Diritti che non sono sancibili né sanzionabili da nessuna autorità, morale o istituzionale che sia.

Questo è il cupo ritratto dell’Iran contemporaneo. L’Iran per il quale Jafar Panahi sta sacrificando la sua libertà.
La vicenda del regista mette a nudo tutte le debolezze e l’ipocrisia del mondo dello spettacolo e della cultura. Per dovere di cronaca ricordiamo che dopo la notizia del suo arresto, il gotha del cinema mondiale ha prontamente richiesto il suo rilascio. Parlo dei vari Oliver Stone, Scorsese, De Niro, Redford, il connazionale Kiarostami e molti altri. Tutti sdegnati per l’accaduto. Ma cosa hanno fatto concretamente questi grandi e riconosciuti artisti, famosi anche per il loro impegno verso i temi dei diritti civili? Poco o niente. Si sono limitati a lanciare appelli e petizioni, il minimo che uno nella loro posizione possa fare. Ci si sarebbe aspettato, vista la gravità della vicenda, ben altro impegno. Tanto per fare un esempio, un bel viaggio in Iran per protestare fisicamente davanti agli edifici delle autorità iraniane. Pensate l’effetto e le pressioni che tale evento avrebbe provocato. Qualcuno potrebbe prenderla come una boutade, ma credetemi, non lo è. Sarebbe solo un segno tangibile e concreto del loro interesse, prima verso un collega, e poi per un uomo che sta conducendo una battaglia di libertà che merita l’appoggio incondizionato di tutti.

Sul ruolo dell’Italia è meglio sorvolare, perché iniziative degne di nota non sono pervenute, eccetto l’iniziale “euforia” che ha visto i soliti paladini dei diritti umani insorgere al grido di vergogna, ora assistiamo all’inevitabile fase che di solito segue alle cose effimere: il niente. Certo, qualcuno di voi potrebbe ricordare che sono state fatte delle petizioni, degli incontri sensibilizzatori o richiami del ministro della cultura. Ovvio. Il solito rituale del mordi e fuggi italico.
Fin qui il bersaglio è stato volutamente il mondo dell’arte e della cultura perché Panahi è soprattutto un prestigioso membro di quella famiglia. Ho tralasciato il capitolo autorità, nazionali e non, solo perché in quel caso le regole del gioco sono più ciniche, opportunistiche e sfuggono alla volontà dell’uomo. Regole alle quali il mondo culturale si sarebbe potuto sottrarre se solo ne avesse avuto la volontà. C’è un’altra odiosa contraddizione nella battaglia tra Panahi e il regime iraniano. Il risalto mediatico ottenuto è dovuto alla fama cinematografica, guadagnata dopo svariati riconoscimenti nei più importanti festival cinematografici e per essere unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi autori del cinema contemporaneo. Insomma, la mobilitazione è avvenuta perché Panahi è famoso. Il dramma vero è che all’ombra della sua popolarità altri protagonisti come la regista Mahnaz Mohammadi o la fotografa Maryam Majd, sono stati incarcerati senza nessuna ufficiale motivazione. La loro unica colpa è stata la voglia di raccontare l’Iran ed essere liberi, quindi pericolosi per l’integrità della repubblica islamica dell’Iran.
Se per Panahi c’è stata una mobilitazione, per la Mohammadi e la Majd c’è tuttora un silenzio tombale. Morale della favola, se sei famoso meriti attenzione, altrimenti puoi soffrire, e magari morire, senza che nessuno se ne accorga. Sono le ciniche regole della celebrità alla quale purtroppo non sfugge nessuno.

La cronaca dei fatti ha involontariamente messo in secondo piano lo Jafar Panahi autore di film straordinari come Il cerchio e Offside. Ma un’attenta lettura della sua filmografia merita uno spazio e un approfondimento a parte. Il suo ultimo lavoro però ci offre lo spunto per una chiosa che ha il sapore della speranza e che traccia il segno dei tempi. “This is not a film”(visibile su http://www.cubovision.it/) è un documentario in cui il regista immagina, e racconta, il film che avrebbe dovuto girare se l’ottuso e liberticida regime non glielo avesse impedito. E’ stato presentato a Cannes lo scorso maggio, dove è arrivato grazie ad una pennetta usb, unica via per eludere le mura del regime.

Questo breve documentario è solo l’ultimo urlo di libertà che speriamo ritorni presto a stordire le nostre orecchie.

Pasquale Restaino

Nota: L’articolo è stato scritto qualche mese fa per il periodico online L’Universale. Considerata l’attualità della vicenda mi è sembrato giusto riproporlo anche ai lettori di Selacapo. (Pasquale Restaino)

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