“Momenti di gloria”, il più olimpico dei film. (Jerry Notaro)
“Possiamo, chiudendo gli occhi, ricordare quei giovani che vissero con la speranza nei cuori e le ali ai piedi”. L’anziano Lord Andrew Lindsay si lascia cullare dalla memoria e la splendida musica di Vangelis ci trasporta su una spiaggia del Kent, a correre insieme alla squadra olimpica di atletica britannica del 1924, a bagnarci i piedi nudi con gli schizzi freddi della Manica, a macchiare le nostre immacolate divise bianche con la sabbia bagnata, a respirare l’aria pura di un mondo in cui correre sembra essere l’unica azione possibile. Momenti di gloria riesce ad emozionare già dalla prima scena, con la telecamera che si sofferma al ralenti sui volti fieri degli atleti, sul loro incedere armonioso e le suggestive note di Vangelis sono, dall’epoca dell’uscita del film, il naturale sottofondo musicale di qualsiasi impresa sportiva.
Alla vigilia della terza olimpiade londinese della storia il film, premio Oscar nel 1982, torna nelle sale inglesi in versione rimasterizzata. Il produttore di allora David Puttnam ha dichiarato in proposito: «Momenti di gloria è un film sul coraggio, la determinazione e la fede. Così come la pellicola riuscì a alimentare grandi aspirazioni trenta anni fa, credo che potrà portare esattamente lo stesso messaggio oggi». Come non dargli ragione? Ritengo che oltre che nelle sale inglesi, sarebbe una gran cosa proiettarlo alla vigilia dei giochi in ogni cinema del pianeta. Non esiste, infatti, pellicola che meglio descriva lo spirito che abita in chi pratica uno sport individuale, quel fuoco che arde nell’animo di chi sfida il resto del mondo per appagare il desiderio di essere il migliore.
A questo punto è doveroso avvertire i lettori che il mio scritto non vuole essere una recensione, ne tanto meno un’analisi critica dell’opera (è pure molto spoiler quindi chi non ha mai visto il film è avvisato!). Prendetela come l’omaggio ad una storia che mi ha sempre emozionato e che infonde vibrazioni positive in chi se ne lascia trasportare.
Il filma narra la storia vera (con qualche licenza narrativa) del tormentato percorso di avvicinamento alle olimpiadi parigine del 1924, sino alle finali ed alla gloria, del giovane scozzese Eric Liddel e dello studente di Cambridge Harold Abrahams. Spinti da motivazioni apparentemente dissimili, i due spremeranno ogni energia, fisica e mentale, per primeggiare nelle gare di velocità e lasciare un’impronta indelebile nella storia dello sport.
Abrahams sente che il benessere economico che, costruendolo dal nulla, ha saputo dargli il padre, immigrato ebreo lituano, non è bastato a farlo diventare un suddito pienamente accettato di sua maestà britannica. “Lo percepisco in un sorriso forzato, nello ritrosia di una stretta di mano”, e sfruttare le sue innate qualità di velocità per primeggiare gli appare come l’unico modo di rimettere in riga chi, subdolamente, non lo ritiene suo pari. “Li sfiderò tutti, uno ad uno. E farò loro mangiare la polvere” rivela all’amico mezzofondista Aubrey Montague quando questi gli chiede cosa farà per reagire a questo senso di disagio.
Eric Liddel è destinato invece a ricalcare le orme del padre missionario in Cina ma la sua natura di velocista nato lo ha portato ad essere anche giocatore di rugby e poi sprinter nelle gare di atletica. La sua dedizione allo sport preoccupa i suoi familiari, la devota sorella in particolare, perché la sua parallela vita agonistica potrebbe distoglierlo dalla missione cristiana. “Dio mi ha fatto per uno scopo: la Cina. Ma Dio mi ha fatto anche veloce. È quando corro lo sento compiaciuto.”, parole da brivido con cui Erik convince i familiari della bontà delle sue intenzioni ed inizia l’allenamento per le olimpiadi. Glorificare il Signore anche correndo, questa è la forza di Eric, che passo dopo passo si avvicina all’obiettivo della qualificazione olimpica, tra prestazioni prodigiose e sermoni ad affetto con cui ammalia il pubblico a fine gara (“Ognuno corre a modo suo. Da dove viene allora la forza per arrivare in fondo alla corsa? Da dentro di te”).
In un meeting Eric batte nettamente anche Abrahams, facendo crollare questi nel più profondo sconforto. A chi cerca di consolarlo per la sconfitta, Harold replica :“Io non corro per essere battuto!”, che solo in apparenza potrebbe sembrare l’esatto contrario del frequentemente travisato motto di De Coubertain. Non c’è nulla, infatti, di meno “olimpico” e sportivo che prendere parte ad una competizione solo per il gusto di essere presente, senza lottare per vincere, senza un assiduo lavoro su se stessi per ottenere il miglior risultato possibile. Abrahams decide allora di affidarsi alle cure di un allenatore professionista che, correggendo alcuni suoi difetti, lo farà giungere alle olimpiadi in grado di competere con i fortissimi atleti statunitensi. E solo con loro dovrà misurarsi perché Eric Liddel decide di rinunciare alla gara dei cento metri dopo aver saputo che i turni di qualificazione avranno luogo di domenica. Per lo scozzese la domenica è giorno da dedicare interamente al Signore e a nulla varranno i disperati tentativi di convincerlo a tornare sui suoi passi da parte dei dirigenti britannici e finanche del Principe di Galles.
Harold Abrahams riesce a coronare il suo sogno di vittoria, sbaragliando la concorrenza degli atleti statunitensi nella finale dei cento metri e tutta la sua esistenza sembra avere finalmente un senso.”Quello che l’abbiamo conquistato oggi, io e te, e ce lo terremo stretto, nessuno potrà mai portarcelo via” dice l’allenatore Moussabini ad Harold dopo la vittoria, a sottolineare la fama perenne di chi agguanta l’oro di Olimpia.
Anche a Liddel viene concessa la chance di primeggiare quando l’atleta aristocratico Andrew Lindsay, già medaglia d’argento sui 400 ostacoli, gli cede il suo posto nella gara del giro di pista. Nella realtà la scelta di optare per la gara dei quattrocento metri avvenne mesi prima ma questo nulla toglie al tormento provato da Liddel nel dover rinunciare alla gara a lui più congeniale per onorare il giorno del Signore. “Chi onora me, io onorerò”, è il passo della Bibbia, scritto su un pezzo di carta, che un atleta statunitense porge allo scozzese sulla linea di partenza della finale. E Liddel onora per davvero il Signore stracciando gli avversari, compiendo, anche lui, il suo destino. Il suo giro di pista al rallentatore, con in sottofondo alcune delle sue toccanti frasi, fanno di questa scena il momento più emozionante del film.
L’apoteosi finale delle vittorie olimpiche è il punto di congiunzione tra le storie parallele di Harold e Eric, il momento in cui ci rendiamo conto che, tutto sommato, i due non sono così diversi. Il riscatto etnico di Abrahms e la glorificazione del Signore correndo da parte di Liddel ci appaiano alla fine quasi come una scusa, un modo per giustificare davanti agli altri il tempo rubato alla vita reale e dedicato alla gratificazione del proprio fisico attraverso la perfezione di un gesto primordiale come la corsa.
E Momenti di gloria ti fa davvero venir voglia di correre e di migliorarti, di liberarti dalle tossine di un mondo in cui le cose procedono in maniera molto più complicata che in una pista d’atletica. Ti fa venir voglia di reclinare la testa all’indietro come Eric Liddel, alzare le ginocchia e correre, correre più veloce di quanto ritenessi possibile. E dove troverai la forza per farlo? “Dentro di te”.
Jerry Notaro








