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Dibattito in Do minore tra Latouche e Arminio (di Giorgio Aquilino)

21 gennaio 2012 19:22 0 comments

Città circondata da un mare di idee aguzze come cime di montagne, naviganti e pastori cavalcano qui le stesse onde, e poi spumeggianti prati increspati dallo sferzare del vento che trasporta i pensieri di tutti, anche i miei. Città senza porto ma colma di attracchi umani, eccola Avellino. Moderna e antica, come un centro di scambio offre spunti umani da metabolizzare. Scendono i paesani per far compere o per restare, per passeggiare o per partire.
Felicemente inchiodato al suolo, il cielo si staglia plumbeo in un giorno come tanti sulla testa della mia persona curiosa e Calabrese, mi sono sempre sentito accolto da questo popolo, e non è la prima volta che ne incontro il suolo e le menti. I pugni del progresso e del compromesso hanno spezzato i denti di questa gente come della mia gente. Nonostante, resta il vanto di altri che continuano a mordere il sedere della sconfitta, scacciandola. Come Franco Arminio, il paesologo (così autodefinitosi) che sbircia, dialogando con le oreadi, fra le mura e fra la gente dei borghi che illuminano come pietre incastonate, il gioiello nominato Irpinia, alla ricerca di risposte, di domande, di tradizione, di sguardi famelici d’attenzione, e condannando l’orrore dello sfollamento, dell’isolamento e dell’abbandono.

Sento che Il mio impegno narrativo deve sfiorire sul terreno delle sensazioni, sebbene vorrei raccontarvi di un incontro svoltosi nel capoluogo irpino il 19 gennaio u.s. fra Serge Latouche e, il già citato, Franco Arminio, e accademicamente vi vorrei informare del dialogo, necessariamente chimerico, tra il filosofo della decrescita ed un errante paesologo, ma credo che troverete un buon diario nel blog Comunità Provvisorie (http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2012/01/20/l-atouche-arminio-e-il-crocifisso/#more-2373) e quindi non lo farò. Perché ho rinunciato ad ogni forma di appunto o registrazione preferendo il taccuino emotivo dei ricordi, annotando su fogli stropicciati parole forti in concetti acquosi, dissetanti.
L’uno si concentrò sui piccoli, date le pieghe georgiche del suo pensiero, l’altro parlò dei tempi, incastrato tra una visione di radice cittadina, che lo porta ad essere aspirante campagnolo, ed una base colloquiale pressoché didascalica, che lo trascina nei vortici della sintesi ad effetto. In scena al dibattito apparve fuggevole “la Decrescita”, argomento primitivo quanto rivoluzionario che trascina la mente verso critiche evasive al nostro layout sociale. Le provocazioni del pensatore errante Arminio non hanno ricevuto risposte a tono da Latouche che sfamò l’attenzione della sala gremita con un’oratoria schematica prestampata, dando meno del dovuto ai golosi di cambiamento, evitando riferimenti alle soluzioni pratiche alla deriva occidentale, concentrandosi su concetti come “la convivialità”, “la felicità”, “ la poesia”, scrollandosi di dosso qualsiasi pragmatismo in docere, ovvero quel che richiede un sano dibattito reazionario in Do (nel senso di “dare”) maggiore.

Cos’è emerso? È emersa la distanza tra la pratica e la teoria, tra la scrivania e la strada, tra la rivoluzione e la rivolta. La teoria della decrescita è una ricetta appetibile per molti, ma non per tutti. Non che sia criptica o evanescente, ma bensì è un cambiamento nei precetti politici del nostro occidente ed è per questo che risulta inattuabile, perché in pochi hanno accesso agli scranni di un parlamento o di un governo, e tanto meno chi questo accesso lo ha, pensa di provare a cambiare l’ortodossia economica con proposte in tal senso, quindi nella scelta si  preferirà sempre il “meno peggio”.
Fermarsi a riflettere, ristrutturare ed educare al rispetto della natura, e quindi tra gli esseri viventi, sono le basi della decrescita che, come già detto in qualche mio precedente articolo, non significa regredire, ma rivalutare, intendendo con ciò il cambiamento dei metodi di valutazione della crescita di una società, di uno Stato, anche modificando le scelte di investimento, orientandole verso ciò che è etico, ovvero sostenibile.
Basterebbe definire il PIL di uno Stato in base anche alla pulizia dell’aria, dei fiumi, delle coste, alla quantità di acqua potabile pro capite, (ecc.) insomma alla qualità della vita. Non è forse ricchezza questa?
Allora, detto ciò, mi appare normale che due menti come Arminio e Latouche abbiano avuto difficoltà ad interloquire. Il paesologo credo sia una figura molto più vicina alla pratica, esprime forza che trascina in maniera più diretta rispetto ad un (consentitemi) teoreta come Latouche che invece per implementare i suoi detti ha bisogno dell’appoggio delle forze politiche ed economiche planetarie, quell’appoggio che dovremmo essere noi a veicolare verso la sua apparizione. Non è stato un gioco di utopie ma bensì di ideali. Non di ideali confinati in geografie o sapienze, ma bensì plastici, che possono essere assimilati e rielaborati dal singolo in forme che più si adattano alla propria realtà.

Avrei da dirne a iosa circa il dibattito e la chiacchierata in pizzeria con Franco (mi permetto questa confidenza su gentile concessione dello stesso Arminio) ed i fanstici personaggi che lo circondano in amicizia, ma me ne astengo visto lo scopo informativo già sommerso in queste righe.

Chiudo con una manifestazione di coscienza:
Carissimo Franco e Chiarissimo Prof. Serge Latouche, prometto il mio impegno nello smuovere le coscienze collettive nel senso che da sempre governa le mie scelte, e che vedo riesce a muovere, in maniera molto più sorprendente che in me, il genio di un poeta e la dottrina di un filosofo.

Giorgio Aquilino

 

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