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La mia Nazione. (Giorgio Aquilino)

22 maggio 2012 12:29 1 comment

Un cumulo di facce bronce sdraiato sul mondo, questa è la mia Nazione.[1]
Oppure, ancor più icastico, uno zerbino davanti alla porta dell’universo.
Le costellazioni spiegate e spiate non tracciano un cammino, non indicano una meta, non insegnano un destino. Lei, ciò che fu “la grande Nazione da difendere” per qualcuno, trema al solo mostrarsi intatta e unita con mirabile passione. Uomini, di cui il padrone più zelante avrebbe timore, restano immobili e stupiti del povero che scalcia ed urla nella piazza più grande, d’estate, nella calura del meriggio.

La mia Nazione è ferma e non riparte, magari parte per  il fine settimana, oppure si mescola alla metropoli, distraendosi per puro ed egoistico edonismo.
Si racconta in altri paraggi, ad esempio nei paesi desolati, che nelle città tutto è più bello, più pulito e più luminoso, che in una certa piazza, in centro, alle sei del pomeriggio, puoi assistere alla Parata della Vanità. Gente impegnata che si incammina tra i più belli; proclamandosi Eleganza  bracca i propri sogni con i mastini del contante, o con strisce scure su carta magnetica, e non si accontenta se non costretta dal rimpianto del gelido saldo di metà mese.
Intanto l’inquadratura sul teleschermo dice che la disoccupazione aumenterà dell’un po’ percento e che poi avremo un totale a fine anno. Allora il popolo, con eleganza, osserva gli ultimi ragguagli sui media di massa, bocconi incartati per la suspense, e a debita distanza percepisce il senso di sofferenza, un ingrediente della pietà sempre pronta a lampeggiare difronte alle notizie dei meno abbienti, dei maltrattati, dei singoli elementi della minoranza incollerita di turno che non si accontenta e sbraita.
Quella gente impegnata adesso spende i giorni, è braccata dalla pubblicità, senza un futuro, con addosso gli abiti alla moda del passato.

La mia Nazione si è ritrovata in comuni opinioni su troppe cose, e forse non è un bene.
Ritrovarsi d’accordo accende i popoli, ma assieme allo storcimento della parola ed alle propagande linguistiche evolve la concordia in discordia ed allora esplode il dissapore, l’isolamento e la rabbia nociva. Ci si allontana sempre di più da chi vive la falcidia dei giorni felici e dalle loro opinioni da bava alla bocca, sostituendole con il parere di chi ne sa di più: i protagonisti dei numeri, i maestri delle definizioni concise, che recitano il metodo appreso in qualche seminario didattico che a sua volta li ha insigniti del titolo: io ne so qualcosa, ed alla fin fine… Non sanno. Ignorano le basi pratiche della teoria, ad esempio come sfamarsi per un mese con pochi quattrini o come sentirsi padroni del mondo per un giorno, in quattro mura affittate. A volte però, non ignorano ma fan peggio, dimenticano.
Ascoltare i consigli o le conclusioni di certa gente, così distante dal vissuto della classe di viaggio più popolosa (la seconda) non conviene. Umilmente consiglio di prestar fiducia a quel che di saggio resta tra le bestemmie dei reduci del passato, chi questa nazione l’ha ricostruita pezzo per pezzo, diffidando delle opinioni del potente. Un signore anziano mi disse a proposito: “non ti fidar mai di chi ti usa per i suoi scopi, lo sfruttatore non vorrà mai vederti seduto al suo stesso tavolo un giorno”, e chi maggiormente usa la forza altrui per raggiungere i suoi scopi? I governi delle nazioni, i professionisti del denaro e le confederazioni del potere economico. La mia Nazione ha avvertito le lacerazioni della frusta, il dolore le è insopportabile.

Decimando i sogni, quel che resta della realtà è detestabile, ed in giro lo sanno bene, hanno imparato a memoria il trucco del favore: consiste nel trovarsi, dietro compenso, nel mezzo tra il diritto ed il dovere, tutto per non far cader giù i desideri. In onestà la mia Nazione è una Nazione fondata sul favore e la disuguaglianza, perché il favore, lo sappiamo, non è mai stato uguale per tutti; ancor di più oggigiorno, causa: l’inflazione [2], il favore costa più di prima e non più in tanti possono permetterselo. Annaspando inseguono qualche faccia amica che abbia di che promettere; se riescono a trovarla, la conversazione ha il suono di una preghiera, ed ogni impegno ha sotto il guscio la fede nella speranza di realizzazione, ed il commiato tuona nelle viscere con la forza di un amen.

La mia Nazione ha studiato il suo avvenire su fogli di brutta.
Una caterva di studenti con scarsi sentimenti etici son stati sparsi qua e là dalla Scuola nazionale, che ha educato al cannibalismo hobbesiano sguinzagliando uomini bifronte: senza amore per la patria, da un lato, con uno spietato edipico desiderio della matria moneta, dall’altro. Questa prassi, come ogni prassi, proviene da una primigenia tradizione. In passato, infatti, il colto lazzarone si appropriava con sofismi e inganni dei frutti del lavoro degli uomini dalla schiena curva, arcata per ignoranza e per riconoscenza, riverendo per ciò  che restava loro. Con l’aumento degli scolarizzati si è assistito ad un aumento delle canaglie ed ad una drastica diminuzione degli illetterati, con il conseguente risultato di una torta troppo piccola per una festa così affollata: pochi sono occupati nel rimpinzarsi mentre molti sono senza occupazione alcuna.

La mia Nazione non dà tempo alla verità, innescandone con sollecitudine la mutazione in banalità.
Il “vero” da queste parti non dura molto. É una cometa che brilla nel cielo popolare con una dannata fretta di sparire all’orizzonte. Se è vero che una persona, oppure una limitata cerchia di persone, ruba, in poco tempo diventerà un mestiere il loro che include tra i doveri anche questo; sei in disaccordo? É banale. Se è vero che il povero resta sempre povero, il borghese resta borghese ed il ricco resta ricco, allora bisogna accettare la fortuna o la sfortuna di nascere in una o in un’altra condizione; dissenti? É banale. Se il crimine pianifica, in seno al Parlamento e alle Giunte, il Sistema Economico Nazionale, lo si accetta; hai un’obiezione? É banale. “Che vuoi farci, lo sanno tutti” sono le parole che infestano la mia Nazione,  untori dell’inamovibilità cronica, che oggi spiccano dalle labbra amorfe mentre la lingua schiocca in un’ indignazione storica, che, ahimè, trema dinnanzi al pericolo di diventar anch’essa banalità.

La mia Nazione è cosciente dei suoi mali sentendosi veramente unita grazie a questi.
L’effimero benessere che ha cullato una parte dei partecipanti alla Nazione, ha erto un muro fra questi e le facce dei disgraziati che lavorano, risparmiano e procreano, proprio come quegli altri, e proprio quegli altri ora hanno fatto i conti con le analogie prendendo coscienza della possibilità di convergenza.
Il terreno sotto i piedi cederà per tutti perché il favore e il sopruso sono pratiche che non riscattano dalle difficoltà, bensì le trascinano verso vertiginose percentuali. La maledizione storica che appanna le nostre luci, recita che una differente storia urbana e industriale ha disegnato nel tempo il disuguale vissuto e le discrepanze intellettive, ma invero credo che l’unica diversità sta’ nell’intensità delle prese in giro subite. Il momento di finir d’essere zimbelli è sopraggiunto. Il malumore sopito dovrà destarsi traboccante senza aspettar che stilli l’ultima goccia.

Vedete, sono tanti i vizi e le virtù che ci rendono italiani, e ad oggi le prime hanno reso sterili le seconde.
Non voltiamo le spalle. Imponiamoci un cambiamento, abbiamo un dovere verso i figli di questa Nazione, verso i posteri, che và rispettato! Essi dal futuro implorano inginocchiati e sgolanti, nei sogni di chi li genererà, un’ Italia migliore, che arda sulle ceneri del nostra manifesta e vigliacca indignazione.

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[1] il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica. (www.treccani.it)
[2] l’inflazione è un parassita che attacca i prodotti vendibili, deperibili e non, dall’interno, divora le quantità e defeca sul prezzo gonfiandolo.

Giorgio Aquilino

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