La “Crisi” è na’ livella. (Giorgio Aquilino)
Quante reazioni possono erompere da una successione di fonemi ben ordinata e piazzata nelle orecchie con il garbo pachidermico di chi vuol suggestionare e condizionare? Quante?
Nessuna.
Nessuna reazione calzante almeno. Come accade con la parola “Crisi”.
È una mancanza deteriorante di nuove soluzioni al problema , o meglio ai problemi , che svilisce il cittadino inerme in cerca di risposte o ragguagli, di un risolvimento senza l’estorsione di sacrifici vani.
L’unico vero scopo dell’essere umano fin dall’alba dei tempi è stato, ed è, il BENESSERE, il lettore ne sarà deluso ma purtroppo non siamo riusciti a perseguirlo, badate non ad ottenerlo che è un passo ben più lungo! A volte si resta terrorizzati da questa affermazione, gelati dalla triste constatazione che la vita potrebbe essere vissuta decisamente meglio. Ad esempio, riusciamo a curarci, ma le malattie persistono e proliferano, hanno convinto la folla che il tributo alla longevità è una vita sana, quindi sport e igiene personale, poi tutto il resto può andare a farsi benedire: la qualità del cibo, dell’aria, dell’acqua, la qualità delle relazioni sociali, sempre più interconnesse e galleggianti in un liquame di nevrosi ed esaurimento.
Permettetemi ora di salire sul catafalco che sorregge questo mondo e di usare, mirando al petto di taluni, l’indice.
Pare a voi idioti che star bene significhi partire per due bagni nel mare di qualche atollo sperduto? O magari pare a voi che viviamo meglio se abbiamo a casa i cereali del mattino, lo yogurt del pomeriggio e l’insalatina mista leggerissima della sera? Oppure vi sentite meglio se comprate il chewing-gum impregnato di xilitolo, la brioche al bar con cappuccino, le borse cariche di sogni in apparire, i gioielli in abbinato, e tutte quelle cianfrusaglie superflue che vi coronano di luce evanescente, destinata a scomparire non appena incontrate un uomo più felice di voi per qualcosa che non avete, e sentirvi in un attimo nullità? Bravi, fate strisciare i contanti tra le vostre dita, impegnatevi nel contare e ricontare, e se vi accorgete che non bastano? Allora, è “Crisi”. Questo accade addosso al muro dell’infelicità: si ostenta il contrario.
Accanto ad un altro muro del triangolo sociale strisciano gli ultimi, senza voce e senza tasche, e senza capelli puliti e senza scarpe, e senza scopo e senza lavoro. Impegnati a sopravvivere senza reddito, divorati dall’inutilità e piantati con i piedi a terra perché è l’unico appiglio sicuro prima che volino via, spazzati dal vento dell’indifferenza. Anche questa è “Crisi”.
Poi, lungo l’altra parete seduti e divertiti, vedi i danarosi, fermi sul podio dell’ indistruttibile, primi in classifica perché giudicano da soli cosa va e cosa resta immobile, come salari al palo. Anche questa è “Crisi”.
Tre tipi di “Crisi”: “Crisi” del consumo (ergo produzione), “Crisi” da fallimento, “Crisi” da speculazione; e fra queste, migliaia di “Crisi” diverse che, setacciando i microcosmi sociali, cadono giù insieme a brandelli di speranza.
Sguardi fissi sulle punte delle scarpe per il timore di guardare avanti, eppure dobbiamo guardare avanti! Non fissarci su quello che traversa il nostro presente fatto di percentuali e annunci.
Di quel che accade di notte ce ne accorgiamo al mattino, quindi quel che non sopravvivrà a questa notte non vedrà mattino.
È arrivato il momento di curare le nostre economie contro il parassita del superfluo abbondante, una restaurazione del mercato che coinvolga le abitudini, e questo in parte sta già accadendo. Se le fabbriche di automobili licenziano a fronte di un calo delle vendite, ciò non deve tradursi in un più succulento aiuto di Stato o in file ai botteghini dei sindacati, bensì bisogna chiedersi: possibile che i consumatori abbiano scelto di non impegnarsi più in un sacrificio economico per un automobile? O almeno per una vettura basata su una tecnologia usata da più di cento anni? Può accadere che se cambia il prodotto cambia anche l’utilità percepita e quindi ciò che si è disposti a fare per averlo? Ovvio che si.
Gli imprenditori lamentano scarsi profitti, ed allora? Si potrebbe optare per l’incentivazione di lavoratori imprenditori, in molti casi gli unici pronti a poter contare sulle loro capacità produttive. In questo senso gli operai dei Cantieri Navali di Megaride a Napoli hanno dato una bella lezione di livellamento economico-sociale al resto d’Italia, prendendo le redini dell’azienda e portando a casa salari e profitti dopo la ritirata dei generali. Un esempio questo che ha convinto anche gli operai dell’azienda catanese Cesame produttore di sanitari in ceramica; qui i lavoratori hanno rinunciato a parte della Cassa Integrazione da investire nell’impresa.
È il momento giusto per cambiare. Questa volta non servono anni per farlo, servono “le palle”.
Bisogna parlare, confrontarsi, agire, perseguendo il meglio, ed il meglio non di ottiene senza sacrifici, mettiamocelo bene in testa!
I potenti (perché è vero, esistono gli uomini di influenza) avranno paura e la paura fa commettere errori, come questa “Crisi”. Un oggetto scagliato contro un vortice che potrebbe spedirlo in alto e trasportarlo altrove, oppure rivoltarglielo contro, con la forza del miglior cannone.
Quindi perché arrabbiarsi con i governi, la politica, le istituzioni sovranazionali, quando introducono tagli, aumenti, accise, io mi inalbererei, e lo faccio, fino al turpiloquio, perché non producono svolte epocali, adesso. Ad esempio non si inizia una politica di protezionismo, le migliaia di piccole aziende aspettano gesta eroiche da chi invece prende esempio dalle multinazionali e minaccia forfait. Il gioco di mercato a cui partecipa il nostro Paese è di caratteristica globale e non dovrebbe esserlo, perché il consumatore non è globale, non è identico nelle abitudini e nei bisogni, e non può venir nessuno a dettar regole al consumo dove non esistono regole ma bensì tradizioni. Una forzatura nel senso opposto potrebbe produrre: danni irreversibili all’encefalo pulsante di intere comunità, popoli confusi e distratti.
Livellare l’offerta riportandola a misura d’uomo, proponendo sistemi economici locali che abbiano il proprio senso d’esistere nella domanda e non, come oggi accade, nella finanza o, ancor peggio, nella politica.
Dovremmo rispolverare il concetto di “Domanda Interna” e della relativa offerta. Chiarisco, intendo interna all’Italia e non, come illudono oggi, all’Europa, perché la nostra penisola non è degna di spartirsi l’europeismo con le altre Nazioni. Siamo immaturi come popolo. Paventiamo sicurezza con una cultura civile che non abbiamo, che non abbiamo tutti (gran parte del Sud ndr). Respiriamo troppa cultura materiale e questo, forse, ci fa girar la testa. Si avverte il bisogno di apparati produttivi tarati sul territorio, un modo questo di trattenere quanta più moneta in un circuito breve, non nei corto-circuiti europei, non può funzionare un mercato comune con idee e forze politiche diverse. Non appena saranno superati questi ostacoli, immaturità e separazione di intenti, saremo pronti, ne sono convinto, ad unirci sotto l’egida comunitaria insieme alle altre Nazioni.
Ridimensionare e rivoluzionare il concetto di “economico” per come l’abbiamo subìto sino ad ora. L’insopportabile discrepanza tra star bene e sopravvivere al meglio, deve cessare. Far crescere un Paese non può solo voler dire produrre di più con il maggior numero di occupati, e livelli accettabili di risparmio e di investimenti, crescere vuol dire maturare al sole dell’appagamento, con la serenità del desiderio di un avvenire salubre per i nostri figli, i nostri nipoti, insomma, caricarci sulle spalle i pensieri che le scorse generazioni hanno rimandato a noi valutando più profittevole “avere” , soldi e beni di scarsa necessità, che “dare” un futuro.
Questa “Crisi” potrebbe adagiarsi a mo’ di livella sul piano sociale per partecipare le migliaia di inclinazioni diverse che negli anni ha assunto, e dalle quali la morte contronatura scivola via, dimostrata da vittime silenziose e sepolte dalle urla atomiche di chi sormonta il declivio in attesa di una spinta feroce che lo faccia volare giù dabbasso. Dobbiamo schiacciare quanto più possibile la punta della piramide.
“Così la morte è bella
non è partire, è non andar via.
E tu restasti. Non si muore
così. Così, mio buon fratello,
si resta”. (Pascoli)
Giorgio Aquilino









20:54
Uso il virgolettato per la parola “Crisi” così come si fa per le citazioni.E’ solo una definizione che qualcuno ha dato e che tutti usano. Potremmo chiamare questo periodo come ci pare e piace, chiamarlo ristrutturazione, rivoluzione, riorganizzazione, rinnovamento, morte, vita, Alessio o Maria. Nulla cambia. Sennonché l’influenza emotiva della parola stessa.