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Un breve sogno musicale chiamato Pineda. L’intervista. (di Andrea Broggi)

22 marzo 2012 12:19 0 comments

Da quando li ho scoperti non c’è una volta in cui non parlo di musica senza che li nomini. Il loro primo disco, un perfetto concept album strumentale omonimo al nome del gruppo, è probabilmente uno dei più belli che io abbia ascoltato nel 2011. Loro sono in tre: Floriano Bocchino (piano rhodes) Marco Marzo Maracas (chitarra) e Umberto “Moltheni” Giardini (batteria), il gruppo si chiama Pineda e grazie alla pazienza di Umberto vi presento il loro esperimento musicale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Broggi: Probabilmente è la prima domanda per eccellenza da farti, qual è il motivo del vostro nome?

Umberto Giardini: Il nostro nome è assolutamente casuale… proviene dalla mia immaginazione ne avevamo alcuni, alla fine abbiamo scelto questo che non significa assolutamente nulla.

A: Come nascono i Pineda e cosa vi ha fatto conoscere e spinti a realizzare l’idea di un gruppo esclusivamente strumentale?

U: I Pineda nascono successivamente alla fine del percorso Moltheni. La similitudine nonché l’attitudine nel confrontarsi nella musica e nella magia delle performance live ci spinse verso un nuovo percorso che si concretizzò con Pineda. Pura sperimentazione mischiata alla voglia di suonare qualcosa di non convenzionale.

A: Il vostro primo disco è praticamente un concept album, indipendentemente dalle letture personali, qual è la  storia o quali sono le storie che avete voluto raccontare?

U: Onestamente non ci siamo posti il problema o lo scopo di raccontare, volevamo fare un disco speciale che in Italia non si fa… l’obiettivo era quello.

A: Ci son stati anni in cui il rock progressivo faceva grande la musica italiana, in cui gruppi sperimentali e strumentali come il vostro ottenevano notevolissime attenzioni, che tipo di accoglienza avete riscontrato per questa realizzazione …?

U: Nessuna accoglienza, l’ennesimo disco sottovalutato perché non lecchiamo il culo ai giornalisti di settore, e perché non siamo amiconi di bevute di nessuno.

A: Come nasce un pezzo dei Pineda?

U: I brani del progetto Pineda nascevano in sala prove, si partiva da qualcosa che ci veniva in mente durante la settimana e lo sviluppavamo. È stata un esperienza incredibile, in ogni prova c’era un brano nuovo, sempre nuove emozioni a portata di mano.

A: Quando ho ascoltato il vostro disco, il pezzo d’apertura Give me some well-dressed reason mi ha proiettato letteralmente all’interno di un film che per associazione musicale, probabilmente, ho avvertito sarebbe potuto essere diretto da un Dario Argento dei tempi d’oro. Avete pensato o è in progetto per questo pezzo o qualcun altro un videoclip, un corto, o una collaborazione di questo tipo?

U: No. Inizialmente abbiamo cercato lo sviluppo di un’idea per il pezzo Human behaviour, ma poi non se ne fece niente.

A: Quali cantanti italiani godono della stima dei Pineda, di quali tu personalmente consiglieresti l’ascolto?

U: Di sicuro “Il pan del Diavolo” e “Matteo Toni”… i nomi interessanti del momento mi sembrano solamente questi, il resto è troppo prevedibile e oramai mi annoia a morte, probabilmente incomincio ad essere troppo vecchio.

A:…e l’attuale mondo discografico invece come ti appare?

U: Non lo seguo quindi non lo so. Ascolto solo musica internazionale a grosso e a piccolo raggio. Mi interessano le emozioni che sanno dare band nuove, ma il resto mi attrae pochissimo.

A: Quanto pesa una vostra canzone e quali del vostro ultimo album senti più tue?

U: I brani del disco d’esordio di Pineda hanno un peso enorme nella mia testa, soprattutto considerata l’altissima qualità delle registrazioni effettuate a Milano. Non ci sono brani che amo più degli altri, considero questo disco la cosa più bella che ho fatto in vita mia, quindi lo difenderò a spada tratta sempre. Del resto è un album stupendo, punto e basta.

A:E adesso cosa bolle in pentola e quali sono i progetti futuri?

U: Non bolle in pentola nulla, e non abbiamo progetti futuri… il progetto Pineda non esiste più.

Buon ascolto.

Intervista a cura di Andrea Broggi


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