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Gruppi emergenti. Intervista ai Laser Geyser. (di Andrea Broggi)

20 aprile 2012 13:32 0 comments

Ieri nel mio girovagare per la rete ho trovato il video di uno scrittore romano che chiudendo la presentazione del suo ultimo libro con il motto “io me sono rotto anche un po’ er cazzo” nelle risate generali del pubblico presente ha buttato a terra il libro, estratto una pistola automatica e fatto fuoco due volte sull’opera cartacea, mutando in meno di un secondo le risate della gente in panico e urla diffuse.

Ecco, se dovessi pensare ai Laser Geyser non troverei altro paragone più preciso. Il suono di questo duo bolognese, JJ e Cangio (già ex-Laida Bologna crew), è infatti perfetto e immediato come l’esplosione di un colpo di pistola improvviso. Quando ho pensato chi intervistare, nel random musicale è arrivata la loro Carchardan Carcarias, il ritrovarmi a scrivergli è stato un tutt’uno e il buon Cangio si è premurato di rispondermi.

Andrea: Ciao ragazzi, la prima domanda per eccellenza che so di dovervi fare è: qual è il motivo del vostro nome e come nascono i Laser Geyser?

Cangio: La paternità del nostro nome va attribuita ad un nostro caro amico, Michael Cohn, che da quasi una decina di anni conduce una vita solitaria ed appartata su quell’eremo di montagna che è Manhattan (http://twitter.com/#!/badmanshark). Ora come ora mi sfugge il momento della genesi, ma siamo con lui soliti intavolare conversazioni di un certo spessore, essendo tutti noi dei raffinati intellettuali: hai presente quel delirio non-sense che caratterizza le amicizie di lunga data, il vecchio adagio di cazzateatuttospiano?
Ecco, più o meno Laser Geyser è venuto fuori così. All’inizio è stata una gag tra di noi, dopodiché ci siamo affezionati e abbiamo deciso di mantenerlo come nome ufficiale.  Ah! Questo succedeva anni prima di Major Laser, nostro amico di consonanze.
Musicalmente invece partiamo da molto prima. Io e JJ, suoniamo insieme da più di dieci anni: abbiamo iniziato perché amici, facendo session lisergiche di 6 o 7 ore nelle notti durante una estate, passando quasi per caso per quattro anni di Nabat, giungendo fino al progetto Laser Geyser. Probabilmente tra un paio di anni ci convertiremmo in due country/gospel, e non è uno scherzo (anche perché, per quanto mi riguarda, con il punk ho già dato).

A: Nei vostri brani musicali e non solo in quelli di Innerself surgery, vostro ultimo 7’’, riconosco il dipanarsi di mini-racconti ben definiti, mi viene in mente, per parlare dell’ultimo, Silver strawberry for a bullet che porta la firma concettuale (e la vostra dedica a lui, tra l’altro) dello scrittore polacco Jan Potocki. Come nascono le vostre canzoni?

C: A livello testuale, le nostre canzoni tendono a racchiudere quasi sempre un significato. E grazie al cazzo, dirai tu. Ma non credo sia una cosa scontata. Molte volte mi capita di leggere liriche che più che criptiche sono davvero prive di significato. Sembrano parole prese a caso aprendo un libro e puntando un dito alla cieca. Come esercizio di stile ci potrebbe anche stare, ma non mi appartiene. Occupandomi principalmente io della stesura delle liriche, trovo molto più appagante e costruttivo trovare un filo logico o comunque un argomento da sviluppare in maniera più o meno interessante. Quasi mai, infatti, scrivo senza avere una direzione precisa o un mood intenso che mi guidi. Se poi scrivendo nasce anche un micro-racconto, allora è la svolta. Credo insomma che le liriche siano una parte davvero importante e non solo una scusa per ragliare qualcosa.
L’inglese come scelta invece è esclusivamente incidentale. Tutta la musica che ci ha più influenzato viene da lì, a cantare in italiano mi sentirei i Litfiba, anche se c’è chi riesce a farlo e anche egregiamente (Gazebo Penguins, ad esempio).

A: … e le partizioni musicali invece?

C: Sempre io mi occupo principalmente della composizione dei brani. Non ti saprei dire francamente il come la scintilla creativa scatti. A volte in sala mentre improvvisiamo, molto più spesso da solo mentre strimpello con l’acustica. Altre volte andando a casaccio sulla mia pianola Bontempi. A volte sono plagi inconsapevoli, a volte schifezze, a volte idee che nascono in bagno mentre faccio la pipì e guardo il muro; a volte poi, capita che siano le canzoni che effettivamente arrangeremo e registreremo. Sempre più spesso mi rendo conto che le idee migliori mi vengono quando è impossibile registrarle, tipo quando guido la macchina o quando sono a lavoro. Insomma, un pò un palo in culo.

A: So che state lavorando al vostro prossimo disco, vi andrebbe di raccontare l’esperienza creativa di questo lavoro e magari offrirci qualche spoiler?

C: Tutti noi abbiamo i pezzi della nostra vita. Non è una frase che ho sentito a Sanremo, sono serio. Insomma, ognuno di noi ha quei pezzi che ascolterà per tutta la vita e che per tutta la vita rappresenteranno qualcosa di/per chi li ascolta. Ecco, anche io ho i miei, ed è pensando a queste canzoni, al di là delle storture di genere, che ho scritto i 6 pezzi che andranno a comporre parte del prossimo (mini) album. Possiamo già anticipare che si tratterà di un cd, il nostro primo cd stampato. Sarà composto da non più di 10 e non meno di 6 canzoni (la scaletta è in fieri).
Vuoi delle chicche? Per farne le voci mi sono venute le placche in gola. Ho perso la bussola con le partiture di voce e ora (sto registrando le voci in questi giorni) mi ritrovo a dover mimare dei vocalizzi che manco Lady Gaga. Insomma, abbiamo davvero esagerato. Mi sa che ci scappa Autotune.

A: Che tipo di maturazione artistica sentite di aver raggiunto nel corso di questi anni con il progetto LG (siamo al sesto o ancora al quinto anno di attività?) e se vi guardate indietro, sempre musicalmente parlando, cosa siete contenti d’aver lasciato alle vostre spalle?

C: Mah, francamente non ti so dire quando abbiamo iniziato di preciso con questo progetto. Ti posso dire che prima di essere usciti con il primo lavoro Ode To the Primary Numbers, avevamo già passato oltre un anno chiusi in sala prove senza mai suonare dal vivo. Inizialmente eravamo in tre, io, JJ e Ratigher. Dopodiché siamo rimasti in due e così abbiamo continuato fino ad ora. Cosa siamo contenti di avere lasciato alle spalle? Personalmente ti risponderei la gabbia mentale del dover rifarsi sempre e solo a un “genere” musicale. Anzi, ne farei una vera e propria missione per il nostro futuro. Penso che il farsi condizionare dal rientrare o meno in un filone di appartenenza sia la castrazione peggiore che ci si possa infliggere.

A: Quali cantanti o gruppi italiani godono della vostra stima, di quali consigliereste l’ascolto?

C: Ultimamente non stiamo girando tantissimo per vedere concerti (tantomeno italiani), quindi finiremmo sempre con il dirti i nomi di quelli che oltre a essere gruppi che ci piacciono, sono anche nostri amici: Forty WinksTunasGazebo PenguinsLa QuieteMojomaticsSmart CopsA Classic Education ad esempio. Tra i migliori gruppi con i quali ci è capitato di suonare insieme in questo ultimo periodo segnaleremmo Phil Reynolds, Johnny Mox Caso, tutti mega simpatici e alla mano oltre ad essere molto interessanti musicalmente. C’è stato un disco italiano in particolare che mi è piaciuto davvero molto, quello dei Verdena. Non li avevo mai considerati più di tanto, ma questo ultimo è veramente un signor disco, magari un pò troppo lungo (tutto di seguito rischierei il suicidio).

 A: …e l’attuale mondo discografico invece come vi appare?

C: Cos’è “l’attuale mondo discografico”? Cioè, al di là delle due persone che fino ad ora ci hanno dato una mano a produrre alcuni 7″ nel passato (Riccardo della Tannen Records e Andrea della Avant!) questo insieme di parole rimane privo di qualunque significato. Diciamo che tutto quello che fino ad ora abbiamo fatto uscire ce lo siamo autoprodotto e autofinanziato, quindi in base alla nostra esperienza potremmo arrivare a dirti che i magnati dell’industria discografica mondiale siamo noi due. Ma non arriveremo a tanto.

A: Quanto pesa una vostra canzone e quali dei vostri album sentite che vi appartengano di più?

Mah, ogni canzone nel momento in cui viene realizzata e magari registrata sembra una figata di per sé. Poi nella realtà, ci sono alcuni pezzi che volente o nolente finiscono con il risultare un pò dei pacchi. Un po’ perché noiose da suonare, un po’ perché magari perdono il lucido che avevano appena composte, un po’ perché si cresce e si cambia, così come i gusti. Credo che le b-side esistano anche per questo. Tendenzialmente noi non abbiamo prodotto un grande numero di canzoni, quindi per fortuna, non abbiamo avuto tanti casi del genere nel passato. Se ora mi guardo indietro, ti potrei però tranquillamente dire che non sono molto entusiasta di suonare dal vivo i pezzi del primo mini ad esempio.

A: Ma se sfacciatamente vi chiedessi una versione di Carchardan Carcarias registrata in presa diretta mi accontentereste?

C: Di Carchardan Carcarias non mi ricordo nemmeno gli accordi… al di là di questo, è un pezzo registrato quasi sette anni fa una con line up a tre elementi (c’era ancora Ratigher al basso), quindi impossibile da realizzare dal vivo. Al di là di questo mi fa piacere che ti piaccia!

A: E adesso cosa bolle in pentola e quali sono i vostri programmi futuri?

C: Come ti dicevo prima, abbiamo in cantiere un disco country gospel, e non è uno scherzo.

Buon ascolto!

Intervista a cura di Andrea Broggi

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