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Un po’ di Giappone a Parigi.

5 dicembre 2011 12:16 0 comments

Di storie se ne sentono tante in giro. Nei caffè sempre affollati, agli angoli di strada, in fila per pagare al supermercato. Basta spostare lo sguardo e sono lì, non hai neanche bisogno di cercarle più di tanto, in un certo senso sono loro che ti trovano, tu devi solo lasciarti trovare. Un sabato pomeriggio di fine autunno, mentre girovagavo per mercatini, mi è capitato di sentire questa.

Nel Marais c’è un posto, che dall’esterno fa un po’ loft newyorkese, in stridente contrasto con l’architettura tipica del quartiere; è uno spazio libero che ospita ogni fine settimana mostre, eventi, esibizioni. A Parigi in effetti sono molti i luoghi in cui è possibile esprimere la propria creatività, ateliers in affitto o in comune totalmente liberi e gratuiti, che funzionano come laboratori di sperimentazione artistica, aperti al pubblico. Un po’ come delle biblioteche, con tavolozza e pennelli al posto dei libri. Comunque, questa settimana c’è una dimostrazione di una esperta giapponese di Sumie, una tecnica pittorica che prevede l’uso di semplice inchiostro nero, più o meno diluito. Decido di assistere, trovo un posto, mi danno foglio di riso bianco, inchiostro, pennelli. La donna inizia a parlare; ha 40 anni, ma ne dimostra molti di meno. Ha un tono deciso ma garbato, e dopo una breve introduzione, inizia a dipingere. Pochi tratti di pennello inseguono traiettorie che danno vita ad un paesaggio orientale, canne di bambù piegate dal vento, in lontananza un villaggio di pescatori.

Lei ci racconta che era così il paese in cui è nata. Nell’immaginario collettivo il Giappone vive un presente infinito di modernità e tecnologia, di finanza e di corporations, di occidentalismi marcati che fiancheggiano, superandole, fiacche istituzioni tradizionali.

“Ma è incredibile quanto siamo diversi.” Ci dice. Poi continua a spiegarci come ricreare il movimento delle canne di bambù con una semplice interruzione del tratto del pennello. Ognuno di noi prova a fare un disegno sul modello che ci ha dato, il mio sembra un tentativo di arte contemporanea venuto male, anzi malissimo; ne rido con un ragazzo magrebino seduto accanto a me che non riesce a non sporcarsi con l’inchiostro.

Finiamo l’incontro, ci saluta, iniziano ad uscire tutti. Io rimango, la avvicino, le chiedo cosa volesse dire quel suo “siamo così diversi”. Per certi aspetti lo so, conosco abbastanza la cultura giapponese per  definirla quasi opposta alla nostra per quanto concerne i valori, la visione del mondo, la gerarchia di norme che guidano il comportamento dei singoli. Cultura della comunità contro cultura dell’individuo: ad esempio, i diplomatici giapponesi si presentano dicendo che lavorano per il governo nipponico, non per chi sono individualmente: vige il primato dell’appartenenza, non del “farsi da sé”. Ma era il suo tono nostalgico che non capivo.

“Io rispetto il mio paese, ma non posso non riconoscerne i limiti. Noi siamo il cuore dell’Asia, non una variante esotica degli Stati Uniti né una loro succursale economica. Fukushima non ci sarebbe stata, se le nostre politiche fossero state espressione dei nostri valori”.
Restiamo a parlare per un po’ del rapporto tra cultura e politica, che oggi è messo in secondo piano, ma che in effetti dovrebbe essere rivalutato; parliamo della propensione asiatica a non vivere di opposizioni  ma di continuum: gli opposti non esistono, il bene non si oppone al male, è solo l’estremo di uno stesso percorso. Non c’è tensione, non c’è conflitto. La natura è lo spirito, lo spirito è la natura; l’uomo non si oppone alle cose, ne è la continuazione. Sono presa dal discorso ma è tardi, si deve chiudere, ci mandano via.

“E’ per questo che mi piace dipingere ed insegnare a farlo” mi dice. “Non bisogna perdere il contatto con la realtà di quello che si è e che si è stati; da molto tempo le nostre società hanno smesso di farlo, indebolendo se stesse, come una canna piegata dal vento”.

Andando via penso all’Italia che ho lasciato e che rischia di perdersi in anacronistiche imposizioni neoliberiste che non faranno che sfibrare la realtà sociale ed accrescere la fortuna dell’oligarchia dei mercati: forse si dovrebbe davvero guardare al passato, ritrovare un’identità politica, rispolverare strumenti e culture politiche che si credono superate, ma che potrebbero, queste si e davvero, essere una risposta effettiva alla crisi. Prima che la canna si spezzi sotto il vento turbolento della finanza internazionale e dei suoi servi.

Gioia Salzano

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