(Mid)night in Paris. (di Gioia Salzano)
Questa sera, in queste strade, ad un certo punto, il tempo ha smesso di esistere. O forse semplicemente si è stancato di scandire le vite della gente. Di martoriarle in funzione della produttività, del conformismo, della modernità, come fa sempre, sottraendoci di continuo a noi stessi ed alla possibilità di lasciarci sorprendere.
Questa sera c’è la nebbia sulla rive Gauche ma non è proprio nebbia, è bruma, scintillii di luce stanca riflessi nei lampioni vecchio stile di Place de la Contrescarpe. Amo questa zona della città. Riesce a trasportarmi altrove. In effetti, il quartiere latino, quello autentico e non quello turistico disteso sulla Senna, - e questo ricordatelo quando verrete a Parigi, perché prima o poi tutti in un modo o nell’altro ci passano da qui – è un altrove, un non-luogo nel passato; basta voltarti e fare due passi se non ci credi. Ma procediamo con calma.
Dicevamo, che in questa sera di Gennaio sbiadita dalla nebbia, che non è proprio nebbia ma è più bruma, ci sono io che ho passato una settimana pesante, e che mi vado a prendere una birra a Place de la Contrescarpe con due amici e qualche conoscente. E ad un centro punto, come dicevo, il tempo si ferma. Si ferma perché qualcuno inizia a parlare di letteratura, di Hemingway e di Fitzgerald. E della Parigi di quegli anni. Dei poeti di passaggio, dei viaggiatori, degli eclettici artisti sconosciuti degli ateliers di Pigalle, delle ballerine del Moulin Rouge e del povero Toulouse-Lautrec che ha reso vivida la Belle Epoque nei nostri libri d’arte e di storia. Parliamo di Sartre, di Foucault e del Maggio parigino. Qualcuno va ancora più indietro, e tira in mezzo la solita storia dei fiori del male di Baudelaire cresciuti ad assenzio ed oppio. Una serata qualunque, birra, sigarette, qualche battuta. Fin qui è tutto chiaro, normale. Come se fossimo ovunque. Ma non siamo ovunque.
E quindi, dicevo che il tempo si è fermato, ma che non si è semplicemente fermato. Ha consapevolmente smesso di esistere. Ha lasciato la presa. Non c’era più la città, non c’era la metropoli tentacolare, non c’erano i negozi, lo shopping, le vetrine a comprimere e deludere gli illusi. Ma c’è una targa, sul palazzo di fronte il nostro minuscolo tavolino e le nostre sedie disposte in fila e rivolte alla strada. C’era una targa che diceva che là abitava Hemingway, quando venne a Parigi per la prima volta. E scrisse Paris est une Fete. Già, il titolo di questa rubrica. Ed il libro che mi hanno regalato prima di partire. Al terzo piano di un vecchio palazzo di rue du Cardinale Lemoine, all’angolo di Place de la Contrescarpe abitava Hemingway, e ci ha scritto un libro che adoro e che di tanto in tanto torno a leggere. Parla di quando era “giovane ed innamorato”e scendeva verso la Senna, verso Shakespeare and Co., unica libreria in inglese diretta da Gertrude Stein.
E allora, mentre il tempo continua a non esistere, scendiamo anche noi verso la Senna. E per quello che ne so potrebbero essere anche gli anni ’20. Ci fa compagnia, oltre ad un cane color caramello, la sensazione che ha ironicamente descritto Woody Allen nel suo ultimo film; ai limiti della paranoia, forse, e dell’inverosimile. Ma quello che è vero, quello che voleva dire, credetemi, è che in queste strade c’è un legame struggente e violento con il passato, con la storia, con l’arte, che s’impone. C’è l’ardore degli esclusi e degli artisti, lo stupore dei surrealisti e dei poeti, c’è la rottura dei miti dell’umanesimo e la ricomposizione ribelle delle soggettività. C’è l’ansia, la rabbia, il dolore, il meraviglioso ed il marcio di una generazione, di più generazioni, che hanno lasciato una traccia. Che è qui, in queste strade, col freddo che ci fa stringere nei cappotti, c’è nel sentirsi esposti, vulnerabili, scoperti. Con un’umanità che si schiude e si fa reale.
“Toh, qui Joyce ci ha scritto l’Ulisse” dice Dean. Un cancello, un lampione opaco, un palazzo bianco.
“ L’Ulisse. Io ci ho provato a leggerlo..ma non so quanto ne ho capito” rispondo.
“ Provato, appunto.” dice lui.
Arriviamo alla Senna, passando per le stradine e le case arroccate sulla collina di Montparnasse, lanciate verso il cielo di Parigi ed illuminate nelle loro mansarde da nuovi bohemien urbani in cerca di qualcosa di cui lamentarsi. Come se non ci fosse abbastanza scelta di questi tempi.
“ Mi sa che si chiamano percorsi letterari..si, insomma, quello che stiamo facendo stasera”.
Quando venni qui per la prima volta, qualche anno fa, abitai in un sottotetto con vista su Rue Dauphine, nei pressi dell’Odeon, in un palazzo che ne avrebbe di cose da raccontare se potesse e ad ascoltarlo ci si starebbe per ore; al sesto piano ci arrivavo per le scale di servizio che partivano al quarto, perché un tempo quell’appartamento era una parte delle stanze della servitù, mi spiegarono. E mi raccontarono anche che di fronte ci abitava Simone de Bauvoir, prima di conoscere Sartre. E che ci sono questi percorsi letterari. Passi per delle strade, e su un libretto rosso apparentemente innocente ci trovi scritto chi ci ha vissuto e cosa ha fatto. E anche qualche aneddoto. E l’ho fatto.
E’ lì che ho capito che questa città mi piaceva, e che non mi piaceva semplicemente come può piacerti qualcosa di bello da contemplare. Mi piaceva perché qui nulla passa e basta. Nulla è mai solo passato. E mi piace adesso perché permette anche a me di non passare e basta. Ma di vivere, in qualche modo, sempre qualcosa.
Passiamo per la casa di Baudelaire sull’ Ile de Saint Louis, andiamo verso i bar frequentati dai poeti, Les deux Magots ed il Café de Flore, su Boulevard Saint Germain. Ci sta che qualcuno si sieda accanto a me ed inizi a parlare di esistenzialismo. Ma lo ammetto, questo sarebbe troppo.
Lascio gli amici, mi sento bene, come ti senti solo quando fai qualcosa che ti rende vivo. Il tempo, forse piano, comincia a scorrere ma in realtà non lo avverto. Questa volta scelgo io di non sentirlo. Ed infatti me ne torno a casa a piedi, passeggio, osservo, saluto chi mi guarda con occhi gentili. Magari conosco qualcuno. Vivo il tempo.
E sapete una cosa? Sarebbe ora, proprio ora, per tutti di mandare a fanculo l’alienazione della città moderna. Ed anche il capitalismo, visto che ci siamo.
Gioia Salzano










07:57
D’accordo e tutto molto bello. Ma il parigino medio che sgobba da mattina a sera con un occhio al mutuo//affitto e al costo della vita che aumenta, col cazzo che pensa ai percorsi letterari e si strugge il cuore. E sta a Rungis, mica a Saint Germain. Goditi la vacanza. ;-)
14:42
rispondo con un po’ di ritardo – un bel po’. Non ero in vacanza, vivo a Parigi da un anno e mezzo quasi, ed in periferia. Mi sveglio alle 7 e mezza del mattino per andare in ufficio dove mi sottopagano, ed è inutile che ti dica che pagare l’affitto parigino é una mazzata. Ed era esattamente questo che volevo dire nel mio articolo, che c’è e puo’ esserci altro, di piu’ autentico, nella vita. E che anche l’aria di Saint Denis, in qualche modo, si respira e ti dice qualcosa. E mi sa che forse un po’ lo credi anche tu, se il tuo nick non mi mente.
14:56
Sono d’accordo, ma meglio Concorde che St Denis. L’articolo mi piaceva, anche se sotto certi aspetti faceva molto gauche champagne. Ovviamente un pessimista incallito non poteva risparmiarsi un commento cinico. :-)
15:04
ahaha capito. Oddio, proprio Concorde e quartieri limitrofi credo siano l’unica zona di Parigi che mi prende pochissimo o quasi per nulla.. Tu sarai un pessimista incallito, ma purtroppo io sono maledettamente ostinata :p
15:07
Beh, dubito ti possa prendere di più Rungis che Concorde. Al lusso ci si abitua in maniera stramaledettamente facile.
15:15
Dipende da chi sei, da quello che cerchi e da quello che ti emoziona, o ti colpisce sia in positivo che in negativo.
Francemente, gli Champs per me sono un’oasi commerciale e turistica, che ha poco di parigino, e che non mi ha mai detto niente.
A Saint Denis ci sono andata spesso, anche per questioni di studio. E mi hanno preso molto di più gli incontri ed i comizi de’ Les Indigènes de la République, che le vetrine di Zara con vista sull’Arco di Trionfo.
22:21
Sei poco romantico… semplicemente… Godersi la vita significa respirarla…
10:51
Ma certo, e mi sa che l’aria a Saint Germain è più pulita che a Rungis o Saint Denis.
15:19
I problemi li hai sia col frigo pieno che col frigo vuoto. Meglio averlo pieno, no? (cit.)
Let’s settle for Marolles?
15:34
Si ma i veri problemi li hai quando il frigo é vuoto. E le vere contestazioni partono da li’. Parigi é il simbolo storico della lotta contestataria dello status quo. Cosa che oggi si fa nelle periferie o nelle (forse grazie alle)biblioteche. Non di certo nelle oasi del lusso estremo, alle quali non riusciremo mai – io, te e tutto il resto del mondo – ad accedere, proprio perché sono state create per illuderci che sia possibile arrivare a quegli standard, e per distoglierci dalle enormi schifezze che chi le anima produce.
Quindi, ritornando al punto: meglio aspirare ad un lusso fittizio che hanno creato per prenderti in giro illudendoti di poterne beneficiare un giorno(che non arriverà mai), oppure prendere atto della situazione, indignarsi e trovare “rifugio” o nella memoria storica ed istruttiva, per quanto romantica, delle cose e dei luoghi(i miei percorsi letterari) o nella autentica storicità del presente (le rivolte politiche nelle banlieues) ?