Remembering Keith Haring. (di Marianna Matricardi)
“Quand’ero piccolo pensavo che sarei morto giovane. Così ho praticamente vissuto come se me lo aspettassi. Ora lo so. Ho fatto tutto quello che volevo. Lo sto ancora facendo”. (Keith Haring).
È il 1989 e un anno dopo, Il 16 febbraio del 1990, Keith Haring si congeda dal mondo lasciandoci “Tuttomondo”.
La sua storia inizia nell’America borghese della Pennsylvania, l’indole timida di un nerd dell’epoca, influenzata da Beatles, Led Zeppelin, Jean Dubuffet e dai fumetti del padre.
Le nostre metropolitane, le pareti delle nostre città, gli ospedali, sono state le sue tele “La tela come materiale in sé è meravigliosa. È robusta, può essere venduta e in un certo senso è duratura. Ma mi inibisce.” (K.H.).
L’inibizione nei confronti di un tempo e di uno spazio che non era mai riuscito a fare propri fino in fondo e che lo hanno portato a manifestare le sue idee per mezzo di figure stilizzate, infantili, primordiali e con esse la creazione inconsapevole di un nuovo linguaggio urbano. Questo è stato Keith Haring.
È riuscito a radiografare gli anni ’80 attraverso le sue lenti spesse con i bordi protettivi, diventate ormai un’icona del nostro tempo, che sembrano essere il simbolo tangibile della voglia di protezione nei confronti dell’autenticità della propria arte, quasi a non volerne far scalfire la purezza dall’esterno.
Con il chiaro richiamo ai “cut-ups” di William Burroughs, è riuscito a riassumere le controversie di un’epoca ricorrendo ai suoi bambini raggianti, perché “I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato” (K.H.) e ancora barking dogs, il televisore con le ali, il cane, l’uomo con la testa di serpente, tutte speziate con un umorismo folle e graffiante.
Ricordarlo oggi vuol dire ricordare quel terreno fertile che ha dato la possibilità di far fruttare i messaggi di Nelson Mandela, il pensiero di John Lennon, le parole di Bob Marley. Vuol dire guardare una tazza, una spilla, un puzzle, ritrovarci i suoi simboli e capire che forse è vero che l’arte è di tutti “(…) L’arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare.”(K.H.) Vuol dire ripensare ad un’epoca e rendersi conto di quante battaglie siano ancora in corso e di quante rivoluzioni avremmo ancora bisogno.
Keith Haring si spegne con l’accensione degli anni ’90 devastato dalle macchie del sarcoma di Kaposi.
Ci lascia in eredità opere di un impatto visivo elitario e la Keith Haring Foundation, che si propone ancora oggi di continuare la sua opera di supporto alle organizzazioni a favore dei bambini e della lotta all’AIDS.
“Il mio contributo al mondo è la mia capacità di disegnare. Disegnerò finché potrò, per tutta la gente per cui potrò, per tutto il tempo che potrò.”
Marianna Matricardi









