Il grande Gioco in Medio Oriente. (di Gioia Salzano)
Da sempre, il Medio Oriente viene a ragione considerato la bomba ad orologeria delle relazioni internazionali; terra dello scontro plurisecolare tra Occidente ed Oriente, tra cristianesimo ed islam, tra sciiti e sunniti, ha rappresentato poi il teatro del confronto degli interessi energetici delle grandi potenze, che attraverso colonialismi più o meno formali, hanno determinato gli equilibri geopolitici della regione.
In effetti, l’instabilità politica dell’area è attribuibile ampiamente alle relazioni asimmetriche tra società e stato e tra quest’ultimo e l’Occidente, stabilite all’indomani delle Indipendenze; il colonialismo formale lasciava il posto, dopo qualche ondata illusoria di democraticità, a governi fantoccio retti da leader autoritari, spesso provenienti dalle élites militari, che instaurarono governi personalistici con la complicità di Europa e Stati Uniti. La retorica dei diritti umani promanata dal mitico West in questo caso stranamente non ebbe grande spazio; sebbene tali governi fossero palesemente antidemocratici, non si fecero proclami né si brandì la regola dell’umanitarismo made in USA, probabilmente per la casuale coincidenza che vedeva i dittatori mediorientali agevolare i traffici di petrolio e materie prime nei termini del classico “scambio ineguale”. E, in questo modo, si destinarono interi paesi ad essere tagliati fuori dalla ricchezza apportata dalla globalizzazione, a restare periferici e marginali, privi della capacità di tradurre i proventi delle vendite del petrolio in sviluppo economico effettivo.
La storia, almeno fino ad un anno fa, sembrava non lasciare prospettive di altri scenari. Poi, qualcosa cambia. Giovani, donne e gente nelle piazze. Dittatori caduti, elezioni libere, nuovi governi.
Sotto l’ondata della Primavera Araba sembra cambiare la forma ed il rilievo del Medio Oriente, da terra dell’antidemocraticità targata Islam, a quella dell’elaborazione politica, del laboratorio dove si sperimentano nuove declinazioni della democrazia, che appare sempre più compatibile proprio con quella religione che gli esperti occidentali additavano come causa del sottosviluppo della regione.
E l’Occidente, in questo focolaio di rivolte e di cambiamenti epocali, è rimasto quasi sempre a guardare. Con un’eccezione: la Libia, paese sconvolto e martoriato da un’aspra guerra civile. Un’azione pacificatrice guidata dalla Nato e, segnatamente dalla Francia, pone fine alla dittatura di Gheddafi in nome dei diritti umani; quegli stessi diritti umani che vengono invece brutalmente calpestati in Siria nell’indifferenza internazionale. In effetti, sembrerebbe una contraddizione in termini con le numerose dichiarazioni di principio delle cancellerie europee e statunitensi: perché i diritti umani sono l’oggetto di preoccupazione ed intervento in Libia, e non in Siria?
In realtà, le azioni della comunità internazionale, sia nel suo insieme che singolarmente, sono imprescindibili dagli orientamenti strategici particolaristici degli stati. La Francia, alla ricerca di un ruolo regionale nell’Unione Europea, rivitalizza la sua politica mediterranea guidando la pacificazione della Libia. Di nuovo, il principio guida è quello della costruzione di aree di influenza atte a sostanziare un ruolo maggiore nello scacchiere internazionale, tra le potenze che contano, e non il desiderio di aiutare i civili.
Di questa tendenza occidentale ad usare la retorica e l’ideologia dell’umanitarismo per coprire giochi di potere e di interessi geo-strategici, la Siria è un esempio manifesto, ed altamente drammatico. La popolazione ribellatasi continua ad essere massacrata da un regime che non arresta l’escalation della violenza, ma diverse considerazioni ben lontane dalle preoccupazioni relative alla tutela della popolazione, impediscono le azioni delle Nazioni Unite o dei suoi membri.
In primo luogo, le Nazioni Unite non funzionano. In realtà, non l’hanno mai fatto, a causa di una profonda asimmetria nel potere degli stati. Chi dovrebbe decidere, che si tratti di mere risoluzioni o di veri e propri interventi armati, è il Consiglio di Sicurezza composto da Francia, Stati Uniti, Inghilterra, Russia e Cina. I suoi membri dispongono di un potere di veto tale da bloccare qualsiasi azione che non riscuota il favore unanime dei cinque stati; unanimità che nel caso della Siria è impossibile, a causa dei veti posti da Russia e Cina e dovuti alla ricerca di una voce in capitolo nelle determinazioni della politica internazionale, per la prima, e alla politica di relazioni amichevoli e non intervento negli affari interni di altri paesi, per la seconda. Di fatto, anche una semplice risoluzione, ovvero l’espressione di un parere, appare altamente problematica.
In secondo luogo, l’Unione Europea. Il tentativo di rivitalizzare il lato politico dell’Unione con un Alto Rappresentante per la Politica Estera, ancora non appare in grado di cogliere i suoi frutti; l’UE è ancora un ibrido, la cui specificità risiede ancora nell’integrazione economica più che in un’elaborazione di politica estera comune, la quale viene ancora reclamata a gran voce nel dominio riservato degli Stati Nazione. Non a caso, la stessa Francia che ha fatto dei diritti umani in Libia il motivo di un intervento militare, intrattiene rapporti amichevoli informali con la leadership siriana che massacra i suoi cittadini.
In terzo, ed ultimo luogo, il paladino dei diritti umani, l’ex guardiano mondiale, gli Stati Uniti. Nella teoria delle relazioni internazionali, sino a qualche anno fa si riteneva che l’era americana si fosse definitivamente chiusa. Le tendenze attuali sembrano avvalorare e dimostrare questa tesi. Dal punto di vista interno, un coinvolgimento militare con le conseguenti spese economiche ed umane richieste, è altamente sconsigliabile in un momento delicato e complesso come quello attuale, che si lega a doppio filo alle problematiche legate alla crisi economica ed alla campagna elettorale. In merito all’abito esterno, la vision di Obama ha dimostrato una consistente perdita d’interesse nei confronti del Medio Oriente, ben testimoniata dal parziale sganciamento da Israele sul dossier Iraniano. Inoltre, l’esistenza di un trattato tra Siria ed Iran che vedrebbe Teheran costretto a correre in soccorso di Damasco in caso di attacco (motivo per il quale la dittatura siriana spinge verso la guerra civile), rende le probabilità di un effettivo intervento americano praticamente nulle.
Ciò che si perde completamente in questi giochi di strategia e di potere, è qualsiasi riferimento ai diritti umani del popolo siriano, ampiamente sormontato in importanza dalle ben più realiste considerazioni di geo economia e geopolitica, dimostrando, ancora una volta, come quella umanitaria sia solo una mera e vacua retorica, un’ ideologia legittimante interventi che con i diritti umani hanno poco, o nulla, a che vedere.
Gioia Salzano









