Niente scherzi, si fa satira. Quattro chiacchiere con gli autori dell’Antitempo. (contiene refusi) di Guido Ingenito
L’Antitempo è la prima rivista italiana bimestrale di satira di indole internazionalista interamente a colori (adesso potete respirare) che ha finalmente debuttato nelle librerie e per abbonamento, pronta a prendersi il proprio spazio nell’editoria nostrana e magari non.
Dopo aver partecipato ad alcune delle 8 festeorganizzate per finanziarsi ho avuto la fortuna di intervistare allo Studio Limbo, anzi fare quattro chiacchiere vista la mia totale inesperienza nel campo, uno degli otto pazzi che hanno dato vita a questo intrigante e fresco progetto, Matteo “Kazan” Rubert, classe ’82, alle spalle una miriade di esperienze dalla grafica alla tipografia, dal disegno all’impaginazione.
Vi riporto la chiacchierata. Io tra le altre cose ne ho capita una.
L’Antitempo non scherza un cazzo. Fa satira. Sul serio.
Buona lettura.
G. Ciao Teo, come stai?
M. Molto bene, tu?
G. Bene, grazie. Allora, direi di rompere il ghiaccio chiedendoti: perché l’Antitempo si chiama Antitempo?
M. L’idea è di Vito (Manolo). Già la fanzine portava questo nome. Lui si fece un viaggio pazzesco su quello che è anti e non contro. L’antitempo è quella dimensione dove i satiri risiedono e controllano e il tempo ha dilatazioni diverse. Non poteva essere un contro-tempo perché lo spazio in cui ci muoviamo non è contro qualcosa. È solo Anti. Giuro. È quello che ho capito io.
G. Viaggetto mica male. Allora l’Antitempo esisteva già.
M. Nacque nel 2009, era una fanzine di satira in bianco e nero, stampata su fogli A4. Il progetto era di Vito e Janjo (Gianluca Angioi, n.d.a.). Uscirono 5 numeri che nel circuito indipendente milanese ebbero un discreto successo. Fu allora che i due decisero di provare il salto, ma la critica e il mondo editoriale di allora li stroncò sul nascere. “Ha poche pagine”, “Non è a colori”, “Lasciate stare che è meglio” furono i giudizi che andarono per la maggiore. Il progetto allora tornò nel cassetto, in attesa di tempi migliori.
G. Che arrivano l’anno scorso.
M. Nel 2011 conosco Vito che mi racconta di questo Antitempo. L’idea mi intriga e gli chiedo di provarci di nuovo, supportandolo con un sito. Ci siamo caricati a vicenda, spronandoci il più possibile. Abbiamo mandato delle mail, alla ricerca di qualcun altro a cui andasse di collaborare. E ci hanno risposto in tanti, entusiasti di un’occasione simile.
G. È così che avete formato la redazione?
M. Quella è nata in un altro modo. Innanzitutto Vito richiamò Janjo. Poi lanciammo un altro appello, quello di passarci a trovare in studio (zona Navigli, Milano). È così che abbiamo conosciuto Grègori, all’anagrafe Giacomo Sargenti, il più giovane del gruppo (è del 1987, n.d.a.) e Davide “Strolippo” Caviglia detto “Il Conte” per la classe che lo contraddistingue.
G. Anche Paolo “Pablito” Morelli?
M. La sua è un’altra storia ancora. Per poter aprire una testata è necessario che il Direttore sia un giornalista iscritto all’albo, al massimo un esperto della comunicazione – non chiedermi con quali parametri. È per questo che proponemmo ad Andrea Coccia di assumerne il ruolo. Lui accettò con entusiasmo e divenne il nostro Direttore Responsabile diventando poi Direttore Irresponsabile. A causa di altri impegni e sbattimenti ha dovuto mollare la poltrona ancora prima di comprarla.
G. Quindi?
M. Vito nell’arco di dodici ore tira fuori dal cilindro Pablito, giornalista freelance con un curriculum di tutto rispetto, viste le sue collaborazioni con Il Tirreno e soprattutto con Il Vernacoliere di Livorno. Gli propone la poltrona lasciata (ancora inesistente) da Andrea e Pablito accetta il ruolo di Direttore.
G. Ne manca ancora uno.
M. Giacomo “Rasta” Rastelli. Una passione e una volontà fuori dal comune. È uno di quelli che nel progetto ci ha creduto ancora prima che nascesse.
G. Raccontami gli ultimi sbattimenti per creare L’Antitempo e poi passiamo ad altro.
M. Abbiamo vissuto nell’apnea della burocrazia per un bel po’. Registrazioni, bolle, tasse, sai?
G. No.
M. Nemmeno noi. Infatti ci siamo fatti dare un po’ d’aiuto da sportelli che svolgono gratuitamente queste funzioni di supporto. L’idea di partenza era creare una società, ma non avevamo il capitale, nemmeno quello minimo, per poterlo fare. Ecco quindi l’idea dell’associazione senza scopo di lucro. Infatti nel costo dell’abbonamento è compreso quella della tessera associativa a Matite Bollenti – prima si chiamava Giuseppe Scalarini, in memoria di uno dei primi autori di satira italiani, ma gli eredi non ci hanno concesso il permesso – il nostro collettivo culturale. Questo vuol dire che ciò che guadagniamo lo reinvestiamo nel nostro lavoro.
G. Ovvero satira su una rivista che vuole essere internazionalista. Ovvero?
M. Al momento del lancio ci siamo guardati attorno, dovevamo capire come colpire e inserirci nel sistema editoriale. Guardando con rispetto il doppio Male (triplo? Quanti sono?) noi abbiamo optato per la dimensione internazionalista, di per sé molto intrigante, e guarda caso ciò che mancava nel nostro panorama. C’è la Voglia di dare al lettore la possibilità di conoscere altri contesti, altri ambienti. E di sapere come veniamo visti da chi è oltre confine.
G. Come li contattate gli autori stranieri?
M. Bombardamento a tappeto di mail. Per il #0 e #1 abbiamo contattato più di 300 artisti, e così faremo ancora per i prossimi numeri. Ci hanno risposto in tantissimi, ci è arrivato materiale anche dal Giappone e dalla Corea. È come se la gente che fa satira non veda l’ora di dire la propria, di avere uno spazio in più. E dopo l’esordio molti altri si son proposti e si stanno proponendo di propria volontà.
G. Senza la garanzia dello stipendio, tra l’altro.
M. Fosse per noi, guarda…ma a prescindere dal fatto che la nostra è un’associazione senza scopo di lucro con una rivista ancora agli esordi – possiamo comunque già contare su molti abbonati – per chi fa satira è importante potersi esprimere. Noi gli diamo lo spazio per farlo. La nostra retribuzione è la stessa che erogano quelli di Mamma!, la rivista di satira di Roma. Ci scrivi un pezzo? Ci fai un disegno? Ti mandiamo a casa una decina di copie. Anche se il tuo contributo è stato relativamente semplice. Il nostro capitale è quello che produciamo.
G. La vostra redazione è uniforme sulla scelta degli articoli da pubblicare? E se vi arrivasse satira su personaggi pubblici a cui voi siete affezionati?
M. Ci conosciamo da un anno ma è come se ci conoscessimo da una vita. Il nostro è un gruppo eterogeneo per quel che attiene il mondo di provenienza – alcuni di noi sono disegnatori, altri grafici, altri designer, altri giornalisti, altri tipografi, tutti gran cazzoni – ma omogeneo per quel che riguarda il modo di concepire la satira. Tieni presente poi che abbiamo optato per il tema ad albo, come ad esempio “L’involuzione crea mostri”, #1. Oltre ad essere una sorta di novità nell’editoria, questo permette una certa selezione al principio. Diciamo già agli autori su cosa devono scrivere e disegnare. Sui personaggi pubblici: tieni conto che possiamo vantare il primo fumetto a puntate con protagonista Roberto Saviano – che anticipiamo per quelli che ce lo chiedono non si concluderà nel #2, forse nemmeno nel #3 – uno di cui non puoi non appoggiare la causa. La satira è satira. Siamo tutti soggetti alle prese per il culo. Anch’io! Pensa che Vito mi ha infilato nel fumetto su Saviano! Ciò che è ingiusto è ingiusto. A prescindere da chi lo compie. E se c’è un elemento da sottolineare lo si sottolinea. Anche se è un giudice o uno che lotta contro la mafia o la Tav. Poi bisogna saperla capire e saperla accettare. Cosa che, non scopro l’acqua calda, in Italia non tutti sanno fare.
G. Vedi il caso Abbatangelo (blogger svizzero portato in tribunale dal Trota a causa di una novella di satira che ha riscosso un enorme successo sul web, “Renzo Bossi Junior, il diario segreto”).
M. Uno dei tanti. Vedi anche Vauro, secondo nemico giurato della Santanchè dopo la sobrietà. Ma come dice Veronique Brocard di Siné Mensuel “Il nostro obiettivo è cacciare le teste di cazzo dal governo”. Ci siamo comunque – malvolentieri – tutelati. Uno studio di avvocati ci fa pro bono la correzione bozze.
G. A proposito di Brocard, nei vostri primi due numeri potete vantare due interviste illustri.
M. E continueremo così. Nel primo abbiamo intervistato – in particolare Vito – l’autore – che vuole rimanere anonimo – del famoso disegno di Ali Ferzat con le mani ingessate e il dito medio alzato. Nel secondo è toccato a me andare in Francia a conoscere la giornalista di uno dei periodici di satira più venduti nel Paese. Un’esperienza fighissima.
G. È diversa la satira all’estero?
M. È diversa la visione che si ha della satira. Sai quante copie vende al mese Siné Mensuel? Circa 40.000. Capito? Quarantamila! E non è nemmeno la rivista di punta nella satira nazionale. E questo succede non perché sappiano fare la satira meglio degli italiani, e nemmeno che i francesi ridano più volentieri. È che la satira viene vista come arte. E come tale viene apprezzata. Come il fumetto. Non è solo intrattenimento. Saper far ridere, saper colpire il potere prendendolo in giro ha la stessa valenza di saper dipingere un quadro, dirigere un film. La satira è in fin dei conti una cosa seria.
G. Avviamoci alla conclusione. Arriva un grosso gruppo con lo scopo di buttare dentro capitale per rendervi ancora più grossi.
M. Possono sucare. In alternativa possono fare tutte le donazioni che vogliono alla nostra associazione. Noi siamo e rimarremo indipendenti. Chiunque mette soldi vuole per forza di cose mettere il naso nelle decisioni. Non ci stiamo. Di nasi ci bastano i nostri. La nostra unica fonte di guadagno sono le vendite dirette oppure gli abbonamenti di cui abbiamo varie formule. Dal “Laico” che vuole le copie in Pdf al “Fondamentalista” che sposa la nostra causa. Non abbiamo pubblicità. E se c’è è inventata (ed è spassosa, n.d.a.).
G. Oltre a potervi leggere, il lettore può proporre un proprio contributo?
M. Non deve far altro che scriverci una mail. Ci tengo però a ricordare che per adesso di materiale ne abbiamo davvero tanto. Tieni presente che a poche ore dalla stampa della bozza del #1, dopo venti ore di redazione, ci siamo accorti che mancavano tre disegnatori che fin dall’inizio avevamo deciso di pubblicare. A quel punto abbiamo deciso di passare da 48 a 52 pagine. Un bello sforzo, di cui però non ci pentiamo. Lo scopo è riuscire nel tempo a dare sempre più spazio agli autori, italiani e non. I lettori li coinvolgiamo però con la rubrica degli annunci, a chiusura di ogni albo.
G. Annunci?
M. Non so…stai cercando un partito che ti rappresenti? Vendi la tua fiducia verso quello che era il tuo idolo? O più semplicemente vuoi mettere all’asta oggetti inesistenti? Con noi puoi farlo. Ce lo dici tramite Facebook oppure Twitter e se è divertente lo pubblichiamo sulla rivista.
G. E il sito?
M. Stiamo riorganizzando la parte web. Vogliamo proporre delle rubriche fisse, così che i lettori possano affezionarsi agli autori. Per ora tra le altre abbiamo La Sdraia di Pablito, giusto per citare quella più fresca di pubblicazione. E’ già molto apprezzata e ha un ottimo seguito.
G. Abbiamo finito. Cosa posso chiederti di interessante?
M. Se sono single.
G. Sei…
M. Fidanzato.
Ringrazio di cuore Matteo e anche gli altri ragazzi, Rasta, Vito, Janjo, Grègori, Strolippo e Pablito.
In culo alla balena, ragazzi.
A cura del voster Guido Ingenito











