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“Rebibbia on the wall”. Il carcere apre le porte all’arte. (di Marianna Matricardi)

27 marzo 2012 11:44 0 comments

“Due carcerati guardavano fuori dalle sbarre della prigione, uno vide solo il fango della strada e si rattristò, l’altro guardò le stelle e si rallegrò.” (Andrea Gasparino)

Li immagino così quindici dei detenuti del carcere di Rebibbia, me li figuro rallegrati con gli occhi freddi, sbarrati oltre le grate, fissi sui quei punti luminosi, il viso coperto da una metà d’ombra e la speranza che fatica a rinascere dopo una pausa troppo lunga.
Non so come siano stati immaginati dall’associazione Walls, ma riesco a vedere il filo rosso con cui è riuscita a legare quelle grate alle ali di un sogno che sta scavalcando un muro di indifferenza.

Tutto ha inizio nel giugno del 2010 quando l’associazione in questione che ha come obiettivo la diffusione dell’arte contemporanea e la riqualificazione del tessuto urbano, si affida al creativo Matteo Milaneschi e all’artista Agostino Iacurci per portare l’arte lì dove sembra superflua: il braccio di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia.

La creatività entra timida ed esplode dopo poco con tutta la sua forza, rivelandosi sotto forma di murales composti da decine di triangoli colorati, scorci di strade che si perdono in lontananza, paesaggi con figure di bambini che riescono a dare colore alle mura ormai anestetizzate dei campi di pallavolo e calcio del carcere.
Il progetto ha un nome Rebibbia on the wall e si divide in due fasi; la prima prettamente artistica è quella che ha coinvolto in prima persona 15 dei detenuti del carcere, la seconda invece ha avuto una doppia evoluzione sfociata in un documentario curato dalla Lada Film, e in un libro fotografico di Achille Filipponi.

Le opere, hanno rappresentato un modo per coinvolgere direttamente e diversamente i detenuti e, come ha affermato Angiolo Marroni, Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio, per “rendere il carcere più vivibile” perché “il carcere deve essere considerato una parte della città”.

Nel 2011 gli stessi protagonisti del progetto diventano protagonisti per i fratelli Taviani in Cesare deve morire. Un Cesare condannato a 17 anni per traffico di stupefacenti, un Cassio “fine pena mai” per omicidio in galera dal 1975, un Bruto 15 anni per estorsione di stampo camorristico.
Pittura, fotografia, film, perché arte chiama arte e ha la potenza di irrompere nelle vite anonime degli “ultimi”.

Rebibbia on the wall è stato lo spunto per parlare concretamente dell’emergenza carceri, Angiolo Marroni, ha ricordato che “se si considera che nel Lazio ci sono 6.800 detenuti per una capienza di 4.400, stipati in 14 istituti penitenziari, un carcere minorile ed un Cip, centro d’identificazione ed espulsione è facile intuire perché è importante migliorare lo stato di detenzione, rendendolo meno afflittivo, non solo a scopo punitivo, ma finalizzato al reinserimento in società.”
Un progetto necessario per capire l’importanza che può avere un investimento sul capitale umano e il reinserimento nella società della persona oltre qualsiasi etichetta, grazie, in questo caso, agli strumenti artistici.

Un modo forse per ritornare a respirare con i propri tempi il proprio tempo, separato dall’esterno da un muro. “Io dico che queste mura sono strane: prima le odii, poi ci fai l’abitudine, e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno: sei istituzionalizzato… È la tua vita che vogliono, ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta almeno. (da:Le ali della libertà)

Marianna Matricardi


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