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“La furia dei cervelli”. Intervista agli autori del libro. (di Marina Donato)

18 aprile 2012 16:57 0 comments

Vi avevamo già parlato del libro La furia dei cervelli di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri qualche giorno fa. Oggi vi proponiamo l’intervista a uno dei due autori, con lo scopo di rendere più chiaro attraverso le sue parole, i temi affrontati dal libro e come è nato. Buona lettura

Marina: Roberto, come nasce la Furia?

Roberto: La furia non la considero solo un libro, o un blog, ma una connessione tra la scrittura e le pratiche culturali e politiche. L’abbiamo scritta in un raptus: 27 giorni, convogliando il lavoro di anni, la serie dei concetti, la fatica delle pratiche, in una scrittura chiara, feroce, ragionante. Non è importante chi scrive, ma la moltitudine di «noi» che l’hanno pensata e vissuta insieme agli scriventi. Il libro e il blog sono una membrana, l’intensificazione di una vita che altrimenti resterebbe dispersa. Con il tempo mi sembra che la cosa più importante del libro sia la dedica: “alle lavoratrici e ai lavoratori dello spettacolo che hanno occupato il teatro Valle il 14 giugno 2011: com’è triste la prudenza!”. La “furia” è un operatore semantico che deriva da questa azione diretta senza la quale non sarebbe scaturita quell’energia che ci ha spinto – con violenza – a scrivere qualcosa che mai avremmo potuto, e forse voluto, scrivere. A distanza di dieci mesi posso dire che, se questo libro ha un senso, e ce l’ha, ed è molto profondo, sta nella sperimentazione, sempre aperta, di una condizione comune, nella sua messa in parola, nella verifica costante e mai scontata, che esiste tra di noi – quanto è importante questo ”tra” – non solo una comunanza, ma soprattutto una differenza rispetto al mondo in cui siamo nati, questo mondo che sprofonda in una crisi economica sempre più cupa, dove si esercita un lavoro che non corrisponde più ad un reddito o ad una dignità sia pur minima che non sia quella delle corporazioni, dell’utilità dei servi volontari. E dove soprattutto si sta affermando un nuovo modello sociale che vedrà, da una parte, una moltitudine di esclusi lavorare ad intermittenza, a poco prezzo, senza il riconoscimento del valore dei loro saperi e delle loro competenze, mentre dall’altra si affermerà un nucleo sempre più ristretto di controllori, o élite culturali, che godranno in maniera sempre meno sicura, delle tutele e delle garanzie riconosciute al tempo del patto fordista-keynesiano del secondo Dopoguerra, ad una maggioranza, non estesa, ma certo cospicua. La furia nasce non solo per denunciare questo progetto sociale tanto politico, ma soprattutto per invitare a costruire insieme un altro modello di “incivilimento” basato sulle potenzialità del Quinto Stato e ispirato dai principi dell’autogoverno, della cooperazione e del mutualismo, dell’autonomia e dell’indipendenza, insomma sulle prerogative di una costituzione radicalmente diversa del mondo in cui viviamo insieme, e che sono a nostra disposizione. Tutto questo siamo noi. Noi siamo le nostre potenzialità, ora. Adesso.

M: Quale riscontro ha avuto nella realtà?

R: Quello che ho visto in almeno una trentina di presentazioni che ho fatto in giro per l’Italia insieme a Giuseppe Allegri, da Palermo a Sassari, da Milano a Bari, da Merano a Napoli è stata prima curiosità, poi conflitto rispetto all’istanza psico-politica di cui la furia dei cervelli è portatrice. Questo libro, e tutta l’esperienza di relazioni, di contaminazione, e di coalizione sociale a cui essa invita, e che pratica in tempo reale, è un’operazione di conflitto radicale contro ciò che siamo diventati, precari, depressi, confinati ad una rappresentazione che condanna i “giovani”, come i quarantenni e tutte le vittime della crisi all’impotenza e, peggio ancora, all’afasia, alla rimozione persino del linguaggio per raccontare una condizione che di solito è quella del “precario”. Da sempre considerata come “vuota”, “sospesa”, condannata all’impotenza e ad un reale annientamento delle prerogative della cittadinanza sociale. La furia è un formidabile strumento di guerriglia psicopolitica, ancor prima che un libro che presenta analisi e prepara delle soluzioni. E’ un libro che è per sua natura mobilitante sin dalle estreme falde dell’identità personale costruita, e modulata, dal discorso pubblico della “precarietà”, e poi della “fuga dei cervelli”, e comunque della rinuncia a vivere in questo mondo, oggettivamente infrequentabile, in un paese dove la violenza matura silenziosamente che si abbatte sui più giovani come sui più vecchi. per dirlo in una parola, la furia è una potenza femminile che crea innanzitutto nuova vita, e quindi una nuova conoscenza. Guarda in faccia quello che Platone definiva il ”divino”, che noi vediamo essenzialmente nelle potenzialità della vita in comune in cui siamo, che ci nutre, che ci fa disperare. E che è l’unica che abbiamo. La furia è l’invito a riconoscere e a vivere nel mondo immanente.

M: Quanto è importante l’aver considerato o il considerare la Furia  un circolo mediatico in una realtà anch’essa mediatica: una realtà dove mancano alcuni pilastri fondamentali, ma che continua ad essere un divenire?

R: Se ho capito bene la tua domanda, devo sottolineare che la furia non è un “circolo mediatico”. Non lo è perché è innanzitutto maturata al di fuori dei circuiti dell’autorialità letteraria e del giro delle grandi case editrici. Noi non rivedichiamo certamente questa ”marginalità”, nè facciamo del margine un’ideologia. Ma tutto questo discorso su ciò che è centrale e ciò che è marginale conta poco rispetto alla vita di questo libro che, a mio parere, dovrebbe essere la vita di TUTTI i libri, almeno di quelli che vale la pena di leggere. Tutto quello che è successo alla furia nei suoi primi sei mesi di esistenza come libro è stato integralmente prodotto dalla comunità dei suoi lettori e poi delle reti incredibilmente generose e creative che il nostro blog, e poi la piattaforma ilquintostato.it hanno incontrato quando abbiamo iniziato raccontare storie, produrre comunicazione alternativa, creare micro-comunità incredibilmente intelligenti e critiche.

Li abbiamo incontrati, siamo stati accolti, e noi li abbiamo ospitati. Adesso il nostro progetto è di iniziare a lavorare insieme, creare una forza comune, una sola grande, e multi stratificata unione, di desideri, cervelli, storie, critiche acuminate. Insomma produrre l’entusiasmo dalla visione epifanica di quello che siamo già oggi e che saremo nel futuro: noi saremo tutto, come recita il nostro libro di viaggio scritto da Valerio Evangelisti nel 2004. La furia ha appena incominciato a riconoscere la propria potenza, che non è quella di una semplice operazione editoriale, o di un libro tra l’altro fatta con un editore e un quotidiano, come il Manifesto, che stanno attraversando la più grave crisi economica e politica della loro storia. No, non è niente di simile. La nostra ambizione, sempre sospesa al rischio di una diversione, di una crisi, di un’inaspettata rivelazione, tende a qualcosa – se vuoi – di molto più ambizioso: un’operazione politica, ad esempio quella di creazione di un nuovo sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori indipendenti, il sindacato del XXI secolo. Dobbiamo maturare insieme, la potenza costituente, e la forza del pensiero, per immaginare e praticare immediatamente – sempre con le necessarie approssimazioni del caso - l’idea di rifondare il patto sociale secondo un consorzio di cittadinanza dove italiani e stranieri, dipendenti e autonomi, precari e studenti, trovino finalmente la cittadinanza negata a tutti coloro che non possono più rientrare nel patto sociale costruito sull’astrazione del contratto di lavoro, insomma sull’idea che la cittadinanza non esiste se non puoi dimostrare allo Stato che possiedi un lavoro subordinato a tempo indeterminato, sei maschio, bianco, padre di famiglia. La furia è una spia sul mondo che viene. Noi ci siamo dentro. Siamo tutto questo.

Intervista a cura di Marina Donato

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