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Memorie di pietra

23 novembre 2010 09:12 2 comments

Alla mia terra e alle sue genti,

a chi non ha visto oltre che quella luna meravigliosa

e a chi è tornato ancora a riveder le stelle

“Classe 1982, la mia generazione, quella che il terremoto, l’evento che più ha sconvolto le comunità irpine nella storia recente, non l’ha vissuto. Eppure la nostra esistenza è stata profondamente segnata da quel tragico evento.

Innanzitutto per ciò che riguarda le abitudini di vita: crescere in una casa prefabbricata di legno e di pochi metri quadri in villaggio Fornaci, andare all’asilo a casa Houston, frequentare le scuole Norvegesi, fare la spesa in un container e incontrarsi la domenica sera a “Piazza XXIII Novembre”.  Tuttavia questo tipo di esistenza, da terremotati, a noi è parsa normale. Non avendo avuto esperienza del “pre”, il post terremoto ci è sembrato naturale. Per certi aspetti oggi a distanza di trent’anni, posso dire che ci è sembrata anche piacevole la vita del villaggio, sicuramente era più forte il senso di appartenenza comunitaria.

Il sisma, pur non avendolo vissuto, fa parte delle nostre coscienze. Sin da bambini ci hanno affascinato i racconti dei nostri genitori, dei nostri nonni, di coloro che il ventitré novembre ce l’hanno oramai ben fisso nella  memoria, e rappresenta  un punto fermo della loro esistenza.

Storie, e racconti sul terremoto ne ho ascoltati tantissimi e ogni volta mi stupisco per la minuziosità dei particolari: tutti sanno ben dire come trascorsero quella domenica, cosa stessero facendo un istante prima di quella disastrosa scossa, il ricordo è incancellabile.

Ma questi ricordi fanno parte della memoria individuale di ognuno, mentre ciò che mi ha spinto a intraprendere una ricerca sul terremoto dell’Irpinia, nasce dalla curiosità di indagare le manifestazioni della memoria collettiva o dell’oblio nelle comunità colpite.

Quali forme culturali della memoria restano iscritte nello spazio pubblico di paesi come Laviano, Caposele, Teora, Castelnuovo? Tutti questi paesi, i cosiddetti paesi del Cratere, hanno seguito un modello di manifestazione della memoria, uniforme o si differenziano l’uno dal altro? e perché?

Oggetto di studio di ricerche simili sono stati il terremoto del Belice e quello del Friuli, che costituiscono due modelli in antitesi, mentre nessuna ricerca del genere è stata svolta in Irpinia. Se la storia post sismica, le vicende della ricostruzione e le dinamiche di memoria e oblio che ne sono derivate fanno del Belice ricco di memoria, il modello dell’esaltazione dell’evento tragico, e del Friuli il modello della cancellazione dell’evento, mi sono chiesta in quale categoria è possibile collocare l’Irpinia, o se magari essa costituisca un modello a sé.

Obiettivo principale della ricerca è stato, pertanto, l’analisi delle forme culturali della memoria e cioè di tutte le forme di commemorazione di un evento, dove per commemorazione si intende il processo di istituzionalizzazione del ricordo. Partendo da questi presupposti, la ricerca si è svolta con lo scopo di indagare le dinamiche della memoria e dell’oblio attraverso una rassegna degli artefatti culturali prodotti in tre ambiti: monumentalizzazione, epigrafia e toponomastica.  Scelti quindici paesi tra i trentasei comuni del cratere, per ognuno sono stati registrati la presenza o l’assenza di monumenti nel cimitero e/o nel centro urbano, di epigrafi e d’intitolazioni di strade e piazze.

La presenza di artefatti culturali in tutti e tre gli ambiti è indice di una forte memoria collettiva. Al contrario l’assenza di artefatti culturali nei tre ambiti di analisi delinea situazioni di amnesia culturale e quindi di oblio.

In nessun paese c’è riscontro di totale amnesia culturale, piuttosto si tratta di forme deboli di rappresentazione del passato. È il caso di Laviano, Morra de Sanctis, Pescopagano, Sant’Angelo dei Lombardi e Senerchia. A Laviano ad esempio, un’epigrafe in ricordo delle vittime del sisma posta all’ingresso del cimitero è l’unico elemento ad esso legato. Per Morra è il monumento nel cimitero, per Sant’Angelo, Pescopagano e Senerchia il monumento nel centro urbano. Una situazione diametralmente opposta presentano i paesi  a memoria forte: Caposele e Balvano.

Senza passare in rassegna tutti i quindici comuni che ho visitato e che sono stati l’oggetto della ricerca, il dato rilevante venuto fuori è  che in Irpinia, in controtendenza con le aspettative, si registra una più marcata prevalenza di memoria laddove c’è un minore indice di mortalità

Basta dire che A Laviano, il paese, contraddistinto dalla più alta incidenza di vittime sulla popolazione (15.15%) , come anche a Sant’Angelo dei Lombardi, il paese con il numero di vittime in valore assoluto più consistente, l’oblio è rilevante.

Il compromesso che i paesi irpini hanno adottato è imprescindibile dal peso doloroso che un passato eccessivamente tragico porta con sé. In questo senso, le comunità studiate sembrano manifestare la tendenza ad essere più propense alla conservazione della memoria soprattutto quando essa è meno dolorosa.

Questa tendenza, tuttavia, non deve essere interpretata esclusivamente come una mancanza della memoria, un insuccesso nel ricordare. Esso può essere il successo di una cesura indispensabile per la stabilità e la coerenza della rappresentazione che un individuo o che i membri di un gruppo fanno di se stessi.

Se le dinamiche di memoria e oblio che ne sono derivate dalla storia post sismica fanno del Belice ricco di memoria, il modello dell’esaltazione dell’evento tragico e del Friuli il modello della cancellazione dell’evento, non è possibile collocare l’Irpinia in nessuna delle due tipologie individuate. L’Irpinia costituisce piuttosto un insieme di casi eterogenei.

Laviano è il paese dell’oblio sperato. Nell’immediato dopo-terremoto la memoria della tragedia è stata voluta e perciò prodotta, come dimostra l’assenza di qualsiasi riferimento al passato nella nuova toponomastica. Un fardello di cartelli abbandonati nel vecchio insediamento è sottoposto al logorio delle intemperie. E perché negli anni del dopo terremoto è stato eretto un monumento ai caduti delle guerre e non uno alle tante vittime del 23 novembre? Perché a Laviano nella controversia tra memoria e oblio, ha vinto l’oblio, un oblio terapeutico. Questo è, come sostiene Candau, “un oblio durevole e utile che i membri di una società cercano quando immaginano di fare tabula rasa del passato, prima di trasmettere, condizione questa giudicata necessaria per permettere l’emergenza di una nuova identità.

L’identità collettiva di Castelnovo di Conza è a stento sorretta da un’impalcatura pericolante, che poggia sull’ancora controverso rapporto tra memoria e oblio. Gli abitanti di Castelnuovo fanno fatica a tornare nel paese vecchio, un luogo reale della memoria, che oggi è quasi completamente disabitato. Lo stesso accade a Hiroshima: la municipalità e gli ambienti di affari cercano di dare una nuova identità alla città, ma hanno difficoltà a familiarizzare con ciò che gli anglosassoni chiamano Memoryscape, in questo caso i luoghi che conservano i segni della bomba del 6 agosto 1945. A Castelnuovo, come a Hiroshima, il rifiuto a riappropriarsi di un luogo di memoria è sinonimo di una ricerca di oblio. Eppure in quel posto si continua a costruire, ad abbellire e a curare nei minimi dettagli tutte le abitazioni private e gli edifici pubblici del centro storico. Questo perché la controversia tra memoria e oblio non si è ancora risolta. È per questo che a Castelnuovo non si riscontra né una tendenza alla memoria né una tendenza all’oblio. Tutto ciò ha contribuito a privare il paese della sua identità collettiva: un paese che non è più in grado di riconoscere il suo centro urbano, che non ha più un centro urbano, ma tre insediamenti di case, per lo più vuote.

Per Cuise secondo il suggerimento di Willem Frijhoff, un luogo di memoria può essere chiamato in olandese geheugenboei, cioè <salvagente della memoria>, esso è nello stesso tempo un  <salvagente identitario>. D’altra parte si potrebbe dire la stessa cosa dei luoghi di amnesia, cioè di quei luoghi nei quali soltanto l’oblio ha lavorato perché il ricordo era troppo pesante da trasportare.

Senerchia e Conza della Campania rappresentano due casi di paesi dislocati, e due casi di paesi ad oblio incombente. Si rifanno al modello del dislocamento tipico del Belice cioè non più dov’era, ma altrove, non più com’era ma tutta diversa. In qualche modo la memoria della comunità precedente viene “cancellata”, ed esaltata la memoria dell’evento calamitoso. Si parte da zero, s’inventa il proprio futuro senza connessioni con il proprio passato. Questo è il caso esemplare di Gibellina, nella Valle del Belice.

L’Irpinia e il Belice seguono però due diverse modalità di manifestazione della memoria collettiva: Gibellina è ricca di monumenti che ricordano non la comunità vivente, ma l’evento catastrofico. Addirittura la vecchia Gibellina è stata murata e l’intera collina dove era costruita è stata trasformata in un enorme monumento, ma non alla comunità che esisteva prima, bensì un monumento all’evento che l’ha distrutta. Al contrario a Conza della Campania e a Senerchia la vecchia comunità abbandonata, è invece in corso di trasformazione in museo: nel primo caso dedicato alle origini romane di Conza, nel secondo caso alla storia medioevale del borgo di Senerchia. Messa in questi termini è chiaro che in contrapposizione con quanto accaduto a Gibellina, che vanta una forte memoria collettiva legata al terremoto del 1968 che la distrusse completamente, a Senerchia e a Conza della Campania l’oblio è incombente, se la memoria collettiva del terremoto che oggi ancora sussiste sarà trasformata in storia: la storia romana di Conza e la storia medioevale del borgo di Senerchia.

Per finire Caposele e Balvano rappresentano i due casi di paese a “memoria forte”. Entrambi hanno adottato il modello filologico di ricostruzione, tipico del Friuli: dov’era e com’era. Caposele è stato addirittura interessato da un movimento popolare, che risultò utile a scongiurare, quelli che all’epoca furono i tentativi di dislocamento o stravolgimento del paese e che poi ebbero un esito negativo. Caposele e Balvano al contrario dei paesi del Friuli sono ricchi di memoria. Se a Gemona del Friuli, il terremoto è ricordato soltanto da una piccola iscrizione su una grande lapide che c’è nella piazza principale in cui si fa la storia del paese dalla sua fondazione, a Caposele il monumento in piazza, l’epigrafe dinanzi al cimitero, il monumento nel cimitero, l’intitolazione della piazza raccontano tutti di quella storia tragica, e a Balvano il monumento in Piazza, la cappella dedicata alle vittime, il murale, il monumento al cimitero e l’intitolazione della piazza, sono sinonimo della forte memoria collettiva che si esplica attraverso una corposa produzione di artefatti culturali, legata al terremoto.

I casi riportati, quelli più significativi, spiegano bene i motivi per cui l’Irpinia non può essere ritenuta una tipologia, ma un insieme di casi. Piuttosto che determinare un modello delinea una tendenza: una memoria più forte tra i paesi che hanno subito meno perdite, e una memoria più debole tra i paesi che hanno avuto i maggiori danni in termini di perdita di vite umane. Il dato più significativo che è emerso dalla ricerca è l’assenza di memoria, di quella memoria esplicitata dagli artefatti culturali che una comunità produce, nei paesi più duramente colpiti dal terremoto”.

Mai i versi del poeta furono più eloquenti di qualsivoglia teoria:

“L’oblio curativo, come il vino d’Elena, guarisce dal dolore”

Gelsomina Aiello


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2 Comments

  • Francesco Donatiello

    Ciao Gelsomina,
    volevo farti i complimenti per la tua tesi e naturalmente gli auguri per il traguardo raggiunto.
    Ho letto questo pezzo pubblicato e il taglio che hai dato alla tua ricerca mi interessa molto.
    Mi interessa perchè del sisma, quello della memoria, non è un aspetto legato al passato ma è l’aspetto maggiormente attuale. La memoria e la conoscenza delle proprie radici sono un presupposto essenziale per la vita di ogni uomo.
    Credo, per questo, che non bisognerebbe mai cancellare la memoria anche quando il suo peso è molto forte.
    Sarebbe come vivere e crescere i propri figli sotto una campana di vetro per evitare di soffrire attraverso il dolore. In questo modo si impedirebbe a se stessi e ai propri figli di vivere pienamente (la sofferenza è fondamento della vita e chi cerca di evitarla si illude) e di conoscere anche l’altra faccia della medaglia, ossia l’amore.
    I nostri avi e noi stessi siamo nati da atti di amore e di sofferenza, gli stessi sentimenti che hanno nel tempo plasmato le pietre dei luoghi in cui viviamo.
    Queste pietre formano per noi un sentiero di memoria. Se queste pietre vengono conservate, a noi viene data la possibilità di attraversare quel sentiero di memoria riscoprendo l’amore e la sofferenza dei nostri avi e creando con loro un ponte, un canale di comunicazione non verbale . Tutti dovrebbero percorrere quel sentiero per conoscere meglio se stessi e la vita.

    Molti ,purtroppo, per quel sentiero non si sono voluti incamminare. In molti casi sono stati anche piu’ disastrosi del terremoto stesso.Credendosi “moderni” e superiori non hanno voluto e non vogliono conoscersi guardando in faccia i loro avi contadini, le loro strade, le loro pietre, la loro cultura. All’ amore e al rispetto per la terra ed i suoi ritmi, che in secoli e secoli avevano prodotto conoscenze, saperi, tradizioni e valori, hanno voluto sostituire la velocità e la nevrosi della modernità.
    La loro colpa maggiore non è tanto quella di aver scelto un sentiero rispetto ad un altro, ma è quella di aver creduto e di continuare a credere la loro scelta la migliore. Di aver creduto e di continuare a credere con presunzione che i loro ideali, il loro tempo i loro costumi e i loro tornaconti fossero e sono i migliori ed i piu’ importanti in assoluto. Continuando a distruggere monumenti, piazze, giardini pubblici e trasformando la cultura e gli usi dei luoghi, le amministrazioni del dopo sisma( ed in molti casi anche quelle attuali, compresa quella del mio paese Lioni) hanno dato e danno una grossa spinta a quel processo di omologazione che ha investito la nostra nazione dall’inizio degli anni sessanta con la rivoluzione industriale. Omologazione che ha cancellato quella particolarità culturale che era la nostra identità. Sarà anche per questo che la caratteristica delle nostre generazioni è il nichilismo e l’autodistruzione? Cancellando e continuando a cancellare la memoria sono riusciti e riescono in una doppia impresa: rinnegare i propri padri cancellandone il ricordo e mangiare i propri figli negando a loro la possibilità di conoscersi attraverso il sentiero dei propri avi.

    Il fatto però che Tu scriva una tesi di laurea sulla tua terra,sulla tua gente , sulla tua storia e sulla loro memoria è la prova certa di una ricerca di quel salvagente della memoria e quindi dell’identità che serve ad ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo per galleggiare nel mare della vita evitando di andare a fondo.

    Spero in futuro di leggere tutta la tua tesi e mi scuso per essermi dilungato ma vedere molti della mia generazione privati di quel salvagente, andare a fondo, mi crea una certa rabbia!

    Ti saluto e ti lascio con una poesia di un grande Italiano che meglio di tutti aveva visto e compreso l’attacco alla memoria della nostra nazione. Ciao

    “Io sono una forza del Passato.
    Solo nella tradizione è il mio amore.
    Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
    dalle pale d’altare, dai borghi
    dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
    dove sono vissuti i fratelli.
    Giro per la Tuscolana come un pazzo,
    per l’Appia come un cane senza padrone.
    O guardo i crepuscoli, le mattine
    su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
    come i primi atti della Dopostoria,
    cui io sussisto, per privilegio d’anagrafe,
    dall’orlo estremo di qualche età
    sepolta. Mostruoso è chi è nato
    dalle viscere di una donna morta.
    E io, feto adulto, mi aggiro
    più moderno d’ogni moderno
    a cercare i fratelli che non sono più”.

    Un solo rudere. Pier Paolo Pasolini

  • Pasquale Restaino Giampiero Pizzo

    Ciao Gelsomina,

    mi chiamo Giampiero, 40 anni siciliano. Ho letto il pezzo dal titolo “Memorie di Pietra”, che credo sia un estratto della tua tesi e pubblicato su Selacapo.net in occasione del trentennale del devastante sisma del 23 novembre 1980. Complimenti per il pezzo….mi sembra di capire che tu sia di Caposele, io sono siciliano e nulla ho a che vedere con quei drammatici avvenimenti, senonché bambino di dieci anni iniziai a seguire in Tv la drammatica narrazione di quei fatti rimanendone colpito mentre scorrevano le immagini di morte e distruzione. Il giro turistico che ho fatto da quelle parti un anno fa alla ricerca di tracce e di tutto ciò che riguardasse quell’evento, è stato quasi una sorta di riconciliazione storica con il mio passato. Mi sembra di capire dalla tua analisi che la memoria collettiva dei singoli paesini coinvolti nei tragici avvenimenti è inversamente proporzionale al numero delle vittime delle singole comunità, sono d’accordo con te (vedi Sant’Angelo dei L
    ombardi, la capitale del terremoto per numero di morti e abitazioni distrutte eppure c’è soltanto un fatiscente monumento a ricordo dell’evento).
    Ma ci sono delle eccezioni. La cosa strana secondo me è capitata a Balvano, dove è vero che il numero dei morti è stato relativamente basso (77) ma il dolore collettivo è stato straziante per l’età adolescenziale dei morti e per la modalità con cui l’evento ha colpito (crollo della Chiesa Santa Maria Assunta stracolma di bambini e adolescenti): l’evento è pomposamente ricordato ovviamente nella Chiesa ma anche in giro per il paese e nel palazzo comunale attraverso lapidi, intitolazione di vie, monumenti e quant’altro…. Il paese che più mi ha colpito è stato Conza della Campania, la parte vecchia. In verità nella parte nuova, contrariamente a quello che tu dici di Conza, sono presenti evidenti simboli che vogliono ricordare quell’evento, innanzitutto il Corso 23 novembre 1980 che taglia in 2 il paesino e che percorrendolo in direzione nord conduce alla parte vecchia che io trovo di una bellezza quasi sconvolgente, dove tutto è rimasto fermo a quella maledetta domenica di 31 anni fa, con quella scalinata e la croce monumentale all’ingresso del paese che ti accolgono in questa sorta di paese fantasma.

    Ho pubblicato su youtube qualcosa su Conza della Campania, questo è il link:http://youtu.be/_TsI5xypxWo.
    Adesso ti dico una cosa nella speranza che i 3000 morti non si rivoltino nelle tombe: l’evento del 23.11.1980 è stato di una tale portata che se non ci fosse stato, forse mancherebbe qualcosa alla storia dell’Irpinia e Basilicata, alla storia millenaria di antiche civiltà rurali e contadine. Dopo il terremoto dell’Aquila ho letto tanti commenti sui vari blog in internet delle persone
    irpine che solidarizzavano con i fratelli abruzzesi non mancando però di sottolineare, quasi con “orgoglio” che il loro sisma sia stato di intensità maggiore con un numero di morti di gran lunga superiore (nel senso che il loro sisma storicamente sia più importante di quelli accaduti dopo). Trovo questa sorta di rivendicazione storica curiosa e comprensibile anche se credo che la maggior parte dei commenti provenisse da gente irpina nata post-terremoto, che quindi tende a mitizzare quell’evento epocale. Che ne pensi di questo?

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