I racconti dal cratere 1°parte
Sdraiato nella sua casetta arrangiata con scarti di tavole e lamiere oziava Rambo.
Il suo compito è quello di sorvegliare, di proteggere, quel che chiama casa sua. E’ nato lì, e da sempre assolve ai suoi compiti in cambio di qualcosa da mangiare, riceve cibo e assistenza, è libero di andare dove vuole ma la sua correttezza e la sua serietà gli impongono di restare.
Rambo, è il cane di Antonio, un animale bravo a dormire tanto quanto a reagire. Al suo udito maggiorato basta un piccolo rumore in lontananza per innescare una pronta reazione muscolare. Resta sempre accanto ad Antonio, non è legato con alcuna catena perché, come dicevo, non vuole scappare. La sua famiglia lo invita, alcune volte, ad entrare in casa al caldo a far loro compagnia con le sue effusioni e le sue richieste di attenzioni. Rambo conserva tutti i racconti della famiglia, perché tutti si sfogano con lui che ascolta e consola.
Disteso al suolo osserva il circostante, la quiete pervade quei posti, trabocca fino a diventare scroscio, rumore. Quel rumore che il nostro Rambo non conosce ma che associa ad una emergenza, ad un pericolo. Scatta, corre in casa ed inizia a latrare, cerca di catturare l’attenzione, ha poco tempo, lo sente arrivare ed inizia a tirare mordendo la giacca di Antonio. Loro, abituati a credere di non essere capiti da lui, restano infastiditi come se avessero compreso che c’era un motivo per tutto quel chiasso ma non dovevano essere loro a sforzarsi. Restano lì, il cane viene sbattuto fuori di casa.
Alle 19 e 30 l’ultimo latrato, Rambo resta lì questa volta non si sdraia. Aspetta…
Teora, 23-11-1980
Quando sono nati, questi posti dovevano assolvere ad un unica funzione, essere una culla sociale per uomini e per i preziosi animali. Le gesta degli epici eroi non arrivavano fino a qui, animali, acqua, frumento, questi erano gli eroi e l’ abbondanza di questi infondeva un senso di sicurezza, protezione. Ma i tempi cambiano.
Pasquale, viveva a Teora, di quell’abbondanza lui ne ha solo sentito parlare. Non ha vita facile Pasquale. Lavorava “a padrone” saltuariamente, labile era la differenza fra il sazio e il digiuno, fra il caldo di un cappotto e il freddo della neve. Si tormentava da tempo con pensieri di evasione, voleva esaudire le sue aspettative, debellare le sue paure di sopravvivenza, piangere di abbondanza, sentiva la frustrazione stringente che fa serrare i denti, quel disagio che nasce dal chiedere aiuto agli altri, nonostante siano aiuti gratuiti e disinteressati.
Parte nel Febbraio del ’75, il paese, entità astratta, sembra non accorgersi del suo addio, le case e i coppi riposano sotto quella polvere bianca che sterilizza le coscienze. Quel piccolo eroe che era Pasquale, mancherà alla gente di Teora.
Fa fortuna in Venezuela, sposa una siciliana, e raramente torna a cercare le sue orme sul selciato che lo vide bambino, uomo, affamato.
Oggi, Domenica 23, la nostalgia è un po’ più insolente. Dalla casa straniera Telefona a Franco, un suo amico che vive a Teora, si raccontano, come se volessero scambiarsi le vite: l’uno vorrebbe tornare, l’altro vorrebbe scappare. Un triste congedo, e un pensiero attraversa la mente di Pasquale: “appena posso, torno ad abbracciarlo”.
Franco ha una casa vecchia, i muri hanno sentito lo schiantarsi di troppi venti e di troppo sole.
Pasquale, dopo pranzo, ascolta lo squillo del telefono che sembra più insistente e invadente del solito, risponde, è un altro dei pochi amici, riattacca con rapidità. Gli occhi pieni di lacrime, nelle orecchie la voce di Franco, pensa: “parto immediatamente!”, un rapido calcolo del fuso orario: “in Italia saranno più o meno le 19:30”.
Napoli, 23-11-1980
Nove piani in Via Stadera, ogni scala mille voci.
Assuntina le ascolta da quando la sua famiglia si è trasferita lì. Ma oggi quei suoni sono tutti per lei. E’ il suo compleanno.
La sua casa è al sesto piano, ne restano altri tre verso il cielo e di buon mattino va a visitarli tutti, sale quelle scale per rubare qualche “Tanti Auguri” dai condomini. E’ da settimane che immagina questo giorno, ne parlava con tutti, diceva in giro della grande festa che ci sarebbe stata domenica a casa sua, i nonni, gli zii, qualche amica, i regali, la pizza e le zeppole dolci della mamma.
Il pranzo della domenica, oggi, è più ricco del solito ed è quello che ci vuole dopo la messa e qualche ora passata in strada a giocare.
Nel pomeriggio iniziano ad arrivare gli ospiti, i baci schioccano sulle guance e i doni scivolano, fra mille “grazie”, nelle sue mani. Pezzi di carta colorata cadono sul pavimento, fragile piattaforma sospesa, la mamma la rimprovera ma con leggerezza, dopo tutto è il suo compleanno. Tredici candeline accese sulla torta. Sono le 19 e 30, Assuntina è pronta a spegnerle, ma lo zio la ferma ed urla a qualcuno di spegnere le luci poi sommessamente iniziano a cantarle: “Tanti auguri a te…”. Un vento gelido spegne le tredici fiammelle.
Castelnuovo di Conza, 23-11-1980
Si erano già scambiati gli anelli, di nascosto, nel bosco, come due bambini. A Maria piaceva tanto l’ingenuità di Gerardo, lui sapeva come sorprenderla e quel giorno, nel bosco, le disse:”Amore mio, con questo anello d’erba prendo te come mia sposa, e prometto davanti a Dio di amarti finché morte non ci separi”, muta e silvana testimoniava la natura. Dopo mille e mille baci, una stretta più forte avvicina i due corpi, come una radice ad una roccia Gerardo la stringe a sé dicendogli: “Sposami”.
Da quel giorno nel bosco sono passati 3 mesi, nei quali le famiglie si sono conosciute meglio, tra pranzi alla domenica e festività, è stata anche decisa la data del fidanzamento: Domenica 23 Novembre.
Qui si fa così, ci si fidanza davanti ai parenti e poi ci si sposa, nei piccoli paesi tutto passa dalla famiglia, unità solida, ed anche se ci si conosce tutti bisogna ufficializzare qualsiasi cosa. Davanti al popolo, dinnanzi a Dio.
Oggi è il gran giorno, Maria è bellissima, Gerardo indossa un abito del padre corto di maniche, abilmente lui cerca di non farne accorgere gli altri evitando di mostrare i polsi, tenendo le mani giunte dietro la schiena. Nella vecchia casa dei genitori della futura sposa sono ammucchiati due grossi nuclei familiari, e la festa, dopo i primi bicchieri di vino, si trasforma in un carosello di stornelli, chiacchiere ad alta voce, epiche gesta di contadini.
Maria ruota nervosamente intorno al dito un anellino sottile, d’argento, dono del futuro sposo. Sente dentro di sé una certa malinconia unita ad un crescente nervosismo, ne parla con Gerardo; le sembra di rivivere il giorno trascorso nel bosco, il silenzio del circostante e il tumulto di emozioni nel suo cuore. “Sarà la stanchezza” si ripete fra sé e sé. La festa continua.
Guarda l’orologio, sono quasi le 19 e 35.
Laviano, 23-11-1980
Tito è un fotografo per lavoro e per passione. Non ci sono molti fotografi a Laviano, e questo gli permette di vivere.
A volte si addentra nelle selve che circondano il paese, con la sua macchina fotografica strappa scene alla natura; lo fa nel tempo libero, a volte in settimana, a volte la domenica. Per la sua serietà e puntualità è richiesto ovunque ci siano occasioni fotografiche, feste, sagre, una volta lo contattarono anche per un funerale; lui preferisce i battesimi, crede che siano le foto più beffarde, ovvero quelle in cui sai che ci sei ma non con il volto che conosci. E’ un tipo simpatico Tito.
A casa, ha una moglie che l’aspetta ogni sera e due splendide bambine che gli corrono incontro appena entra, una delle due sembra mostrare un particolare interesse per la passione paterna, chiede al padre spiegazioni e non si annoia.
Questa mattina, non ha scattato foto, è stato con le bambine e la moglie in visita ai genitori, poco distante dal centro di Laviano, le piccole erano entusiaste di rivedere i nonni ma soprattutto desideravano giocare con il loro asinello Nicola.
Nel tardo pomeriggio sono di ritorno a casa, i racconti di stralci della giornata vengono riproposti dalle bambine con quel trasporto di cui solo l’ingenuità infantile può esserne fonte. Si ride tanto, e si aspetta di arrivare a casa per guardare la TV comprata da poco, “ma solo per mezz’ora” puntualizza la mamma “dopo, subito a letto”, lei non vuole che si esageri.
Arrivati al centro di Laviano, verso le 19 e 30, Tito si ricorda di alcune foto lasciate in negozio e passa a prenderle. Parcheggia la sua auto dall’altro lato della strada, proprio di fronte al negozio sotto uno dei palazzi più antichi di Laviano, e si congeda dicendo loro “Aspettatemi, faccio presto”. “Ciao papà”. “Ciao amore mio”.
Calvello, 23-11-1980
La domenica è un giorno come tanti per Salvatore, perché è un giorno come tanti per le sue bestie e lui è di queste che segue il ritmo. E’ un uomo buono, forse perché non ha studiato, buono come tanti di quelli che vivono da questa parti. Terre di briganti.
Salvatore ha una casa, dalla quale osserva la scalinata di tetti del centro, lì, nelle stradine acciottolate, ogni giorno porta il suo formaggio, passa fischiettando uno strano motivetto, lo riconosci subito.
Con le prime luci, Salvatore, prende il latte dalle sue bestie, lo trasforma, saluta sua moglie Mimì, la chiama così per un vecchio gioco fatto da bambini, e dopo libera il bestiame al pascolo. Una volta mi disse che: “essere pastore è quando l’uomo è schiavo degli animali, ma questo vale per chi non li ama”, per chi li ama non c’è problema, è sempre bello essere schiavo di un amore corrisposto.
Terminato l’impegno del pascolo corre da Mimì, pensava a quella luce che le si accendeva negli occhi quando le esaudiva un desiderio, e lui aveva promesso di portarla a passeggiare questa domenica.
Vanno verso il “Castello”, un edificio carico di ferite storiche e architettoniche, riescono ad entrare nel grande cortile interno, Salvatore racconta barzellette. Le risate di sua moglie invadevano quei posti, tutto taceva ad un suo sorriso.
Salvatore sente la stanchezza piegare la sua volontà, guarda l’ora, le 19 e 30, e suggerisce a Mimì di tornare a casa. Lei non ne ha nessuna intenzione, desidererebbe restare altri cinque minuti.
Giorgio Aquilino
Nota: avvisiamo i lettori che i racconti non sono tratti da storie vere ma inventati dall’autore.









